Author : Riccardo Petricca

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Il Serpente Prudente – Il tempo della fede

n. 34 (19/06/2017)

“Il tempo della fede”

Chi ha modo di seguire costantemente le puntate di questa rubrica avrà avuto modo di notare alcuni punti chiave del discorso. In particolare ho cercato di insistere sul fatto che il senso della fede cristiana – cioè proprio della parola “fede” – è qualcosa di diverso da quello che comunemente gli viene attribuito, e cioè quello di “affidamento” o “fiducia”. Ho cercato di spiegare, basandomi sulla mia (modesta) conoscenza della Parola, che un punto su cui Gesù insiste particolarmente è il “fare”, e quindi una dimensione concreta e tangibile della fede.

Da questa considerazione iniziale sono poi venute le riflessioni sul “cosa” fare (cioè il comportamento del giusto e autentico cristiano, che ho tentato di riassumere nelle puntate dedicate alle esortazioni quaresimali al digiuno, all’elemosina e alla preghiera) e sull’importanza di una scelta di sostanza (e quindi di responsabilità), più che di carattere formale (e quindi di attribuzione della responsabilità al solo Dio).

Infine, un paio di puntate sono state dedicate alle figure che il cristiano dovrebbe avere a riferimento e a modello della sua condotta, e cioè la Madonna e i santi, oggetto troppo spesso di un’idolatria, che non serve a nulla se non ad arricchire astuti speculatori.

Tutto questo “vivere autenticamente la fede” fin qui delineato deve essere necessariamente iscritto in una coordinata imprescindibile: il tempo. Potrebbe sembrare una considerazione oziosa, e invece non lo è. Tanti, forti di un’equivocatissima interpretazione della misericordia divina, sono convinti che fino all’ultimo secondo della propria vita possano redimersi e volare direttamente in paradiso.

Che poi è un po’ quello che sembra essere successo al cosiddetto buon ladrone: una vita di ruberie e furti vari, tanto da finire in croce – è bene avvertire che la crocifissione, il supplicium servile, era la morte a cui andavano incontro schiavi fraudolenti verso i padroni e gentaglia dedita appunto a rapine e furti – e poi una parolina buona spesa in croce e il paradiso è assicurato. Tant’è che l’ironia popolare ha spesso indicato in quest’azione un ultimo incredibile furto, appunto quello della salvezza eterna.

Io mi permetto di pensare che le cose stiano un tantino diversamente. Fermo restando che nella sua onnipotenza Dio può tutto, e quindi anche salvare il più infimo dei peccatori che nell’ultimo istante della sua vita mostri un minimo cedimento alla sua corazza di turpitudine, mi pare abbastanza fanciullesco pensare che Dio chiuda gli occhi su una vita di nefandezze, e, in virtù della sua misericordia, si accontenti di un gesto estremo di conversione.

Anche perché la conversione è qualcosa che deve accompagnare la vita dell’uomo, non chiuderla. Sarebbe praticamente perfetto: faccio quello che mi pare e piace, poi dieci minuti prima di morire mi converto; Dio si accontenta; mi perdona e io volo nell’alto dei cieli. Questo schemino presuppone la completa deresponsabilizzazione dell’uomo e una sorta di ingenua condiscendenza divina!

Invece, che le cose stiano diversamente Gesù lo spiega piuttosto inequivocabilmente in almeno due episodi.

Il primo è quello della parabola della cosiddetta “pecorella smarrita”, che ben chiarisce, nel rapporto uomo-Dio, quale sia il ruolo di quest’ultimo. È chiarissimo che Dio è disposto a mettersi a cercare la pecora smarrita, a fare notte finché non la trova. Ed è altrettanto evidente che gli è possibile trovarla a condizione che quella si lasci trovare. Se la pecora si fosse andata a nascondere in qualche posto sperduto e inaccessibile, il pastore sarebbe tornato indietro lasciandola al suo destino.

Quindi: Dio cerca l’uomo anche “a tempo indeterminato” (che certo non può essere “dieci minuti prima di morire”), ma l’uomo deve essere disponibile a farsi trovare, cioè almeno a comprendere il valore della parola e della fede, e a sforzarsi di viverla coerentemente.

Il secondo episodio è quello dell’adultera che stanno per lapidare e che Gesù salva con la fulminante battuta “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, che invece del rapporto uomo-Dio, chiarisce il ruolo dell’uomo. Normalmente l’esegesi anche domenicale si ferma appunto a questa frase di indubbia presa. In realtà l’episodio si conclude con l’ammonimento alla donna: “vai e non peccare più”.

Quindi: Dio perdona la colpa, ma l’uomo non deve per questo sentirsi autorizzato a sbagliare “a tempo indeterminato”, perché tanto “poi Dio,che è misericordioso, mi assolve sempre”…

Le stesse vite di tanti santi testimoniano un passato di negligenze di varia gravità. Tuttavia, una volta imboccata la strada della conversione (cioè di vivere autenticamente la fede di cui ho parlato altre volte), non l’hanno abbandonata più. E vivendo una fede autentica, anche gli errori diventano occasioni di prova della fede, piuttosto che veri e propri peccati.

Un quadro del genere sconsiglia vivamente di aspettare l’ultimo momento della vita per pentirsi e avere il perdono, considerando che la fede si vive nel tempo presente della quotidianità, e non a conclusione di essa. Bisogna pensare che Dio è misericordioso, mica un fessacchiotto che crede ad un pentimento in extremis! Se Gesù promette il paradiso al buon ladrone non è perché quello, vistosi in croce, ha calato l’asso del pentimento dalla manica; piuttosto è da credere che già durante la vita abbia avuto sempre remore nel fare ciò che magari l’indigenza lo costringeva a fare (ricordate che la crocifissione era la pena dei reietti della società).

Come avrete notato, dall’inizio di giugno Il serpente prudente ha cambiato periodicità. Infatti, per tutti i mesi estivi – e quindi fino alla metà di settembre – la rubrica, pur pubblicata sempre di lunedì, avrà cadenza bisettimanale. Perciò, arrivederci a tra quindici giorni!

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Le scelte pigre

n. 33 (05/06/2017)

“Le scelte pigre”

Ieri il calendario liturgico ci ha fatto festeggiare la Pentecoste, ovvero la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Un po’ ovunque la festività è stata anticipata da veglie di preghiera, attraverso le quali si è invocato l’arrivo appunto della Terza persona della Trinità.

Se per millenni teologi, filosofi e intellettuali vari si sono confrontati con la Trinità, hanno dovuto per forza di cose gettare la spugna di fronte allo Spirito Santo. Che, delle tre persone, è proprio quella più sfuggente e “misteriosa”. Infatti, se di Gesù abbiamo resoconti più o meno dettagliati da parte degli evangelisti, e se il Padre più di qualche volta ha fatto personalmente capolino nelle narrazioni dell’Antico Testamento, dello Spirito Santo, a conti fatti, non sappiamo granché.

Nel Credo diciamo che “ha parlato per mezzo dei profeti”; nella Genesi sappiamo che “aleggiava sulle acque”; per lo più si manifesta sottoforma di vento, di alito, e – nel brano evangelico della Pentecoste – sotto forma di lingue di fuoco. La difficoltà a cogliere pienamente “chi” sia lo Spirito Santo emerge anche dalle raffigurazioni che di esso hanno fatto i migliori pittori della storia dell’arte.

Gesù dice che lo Spirito “vi condurrà alla verità tutta intera”, che a ben vedere significa che a Lui tocca il compito più complicato, ovvero “ricordare” ai cristiani come si vive autenticamente la propria fede. Un compito che svolge in maniera silenziosissima, tanto che potremmo dire, alla maniera modo popolare, “sega ma non fa rumore”.

Quando si accede al sacramento della cresima, si ricevono i sette doni dello Spirito: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Doni, dei quali, il vero cristiano dovrebbe far uso in maniera quasi automatica, mentre invece, appare evidente che difficilmente i cristiani di oggi se ne servono come dovrebbero.

Come ho più volte avuto modo di accennare in queste puntate, vivere autenticamente la propria fede è un impegno che consegue ad una scelta. Va da sé che “scegliere” comporta un “fare”, e non subire passivamente qualcosa che cade dall’alto. In altre parole, lo Spirito sì scende su di noi, ci offre pure i suoi sette doni, ma usarli o meno (e come usarli) è una scelta che dipende solo ed esclusivamente da chi riceve i doni. Il che costituisce il vero punto dolente della questione.

Infatti, la maggior parte dei cristiani di oggi vive la propria fede con disinvolta noncuranza. Siamo tutti fedeli nel partecipare ad una messa che, in questo modo, diventa una cosa meccanica come dover fare benzina ogni volta che si accende la spia rossa sul cruscotto; tutti fedeli nel celebrare feste a suon di regali e spese varie; tutti fedeli magari anche nel lasciare qualche spicciolo di elemosina ai mendicanti sui sagrati.

Vi sembra che tutto questo significhi usare la sapienza, l’intelletto, o avere timore di Dio?

Tuttavia, è bene precisare una cosa. La pigrizia (ma sarebbe meglio chiamarla accidia) con cui si vivono le scelte che si pretende di aver fatto nella vita, è comune a tutti gli uomini e le donne di questo tempo, e non soltanto ai cristiani o sedicenti tali. Oltretutto, lo smodato uso dei ritrovati del progresso tecnologico ha, negli ultimi tempi, acuito questa caratteristica. Infatti, le varie app, internet, facebook, e quant’altro, usati nel modo irresponsabile con cui vengono usati dal 90% della gente, danno solo l’illusione di padroneggiare informazioni e cose, delle quali invece non si ha né si vuole avere la benché minima conoscenza. Sono i social che vomitano a ritmo continuo informazioni e notizie; quando invece dovrebbe essere l’esatto contrario: dovrebbero essere la persone a cercare di saperne di più su qualsiasi cosa.

Anche quanti si professano atei, in realtà non hanno la benché minima idea di cosa stiano professando, al punto che l’ateismo di oggi – ben lontano dal rigore intellettuale di un Voltaire o di altri illuministi – significa solo un generico rifiuto di quelle stesse regole che altri invece farisaicamente seguono ogni domenica.

Siamo, insomma, nel tempo della pigrizia intellettuale e della mancanza di curiosità. Ci si trascina apaticamente da un sentimento all’altro, da un’esperienza all’altra, senza mai andare al fondo delle cose, senza mai avere lo stimolo a cercare qualcosa di più profondo dell’apparenza.

Prendiamo i giovani e giovanissimi: stanno costantemente con un cellulare in mano dalla mattina alla sera; anche se camminano fianco a fianco si parlano con messaggi di whatsapp; se devono litigare lo fanno togliendosi l’amicizia su facebook. E, attenzione, parliamo della generazione che anagraficamente dovrebbe essere più curiosa e avere più entusiasmo verso ciò che non conosce.

Perciò, se c’è un dono che il cristiano di oggi dovrebbe invocare dallo Spirito Santo è la curiosità. Cioè, avere la voglia di andare a fondo alla verità, di voler essere veramente disponibile a farsi guidare alla “verità tutta intera”, di voler vivere con attivo protagonismo il proprio “essere cristiano”, con quello spirito critico e la libertà propri di chi non accetta passivamente scelte calate dall’alto.

In fondo – e con questo mi riallaccio a quanto scritto nelle ultime due puntate – è questo ciò che hanno fatto la Madonna e i Santi: si sono lasciati guidare alla verità, ma non per forza di inerzia, ma con libero convincimento, con entusiasmo, con la curiosità di capirci qualcosina in più.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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La Sacra Famiglia di Nazaret

SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino Ep. 17

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 17

Nazareth, anno 1 a. C.

La ristrutturazione del teatro di Sepphoris, grazie al lavoro di Giuseppe e dei suoi compagni costruttori, è ben avviata. Proprio oggi è arrivato un nuovo carico di pietre, che serviranno per completare la pavimentazione dell’orchestra. Gesù, che desidera vedere come procedono i lavori (e magari cominciare ad imparare un po’ i segreti del mestiere), ha accompagnato il padre.

«Forza ragazzi!», grida il capo cantiere, «oggi cominciamo a lastricare il pavimento. Mi raccomando, usate molta cautela affinché le pietre non vadano danneggiate».

Benché la giornata sia molto calda e afosa, Giuseppe e gli altri iniziano di buona lena a lavorare.

«Pa’, vi posso aiutare?», gli chiede il figlio.

«Chiedi al capocantiere».

Gesù va dal capo e chiede in che modo può rendersi utile. Quello prima lo guarda dalla testa ai piedi, poi scoppia a ridere.

«Che c’è da ridere?».

«Ragazzo, sei troppo piccolo e gracile per lavorare con noi».

«Come puoi dirlo?».

«Beh, basta guardarti: sei magrolino e non hai muscoli. Quelle pietre sono molto pesanti».

«Tu confidi troppo nella tua esperienza, e giudichi frettolosamente le cose che vedi, senza andare al fondo della verità!», replica Gesù.

«Vatti a mettere lì e stai buono!», conclude l’altro.

Ciò sentenziato, il capo cantiere va a sedersi all’ombra; Gesù gli sorride e va a mettersi da qualche parte, limitandosi a guardare gli altri che lavorano.

Dopo un po’ che gli operai stanno trasportando le pietre, e man mano le stanno sistemando a regola d’arte per lastricare il pavimento dell’orchestra del teatro, uno di quelli si accorge che una pietra forse è difettosa.

«Capo, vieni un attimo a vedere», grida, chiamando il suo superiore perché si renda conto.

«Per Giove, che succede?», chiede l’altro infastidito.

«Guarda questa pietra», risponde l’altro, mostrando una pietra più piccola delle altre, e quindi, a suo giudizio inservibile.

«Allora?».

«Allora non è buona per lastricare il pavimento, no?».

«E da me cosa vuoi?».

«Che devo farci?».

«Scartala e usane un’altra!», conclude l’altro seccamente, tornando a sedersi all’ombra.

Quello prontamente esegue. Giuseppe che ha visto tutta la scena, non condividendo quella scelta, si avvicina al compagno, e gli dice:

«Secondo me la potevamo usare lo stesso».

«Hai sentito il capo? Ho fatto solo quello che mi ha detto lui».

«È uno spreco scartare una pietra…».

Nel frattempo, senza farsi vedere da nessuno, Gesù ha recuperato quella pietra e l’ha portata in un angolo del cantiere, un po’ più distante da dove stanno lavorando tutti gli altri. Posta quella pietra a terra, ha cominciato a prendere altre pietre e a sistemarle in modo ordinato e preciso, usando quella come base. E mentre lavora fischietta allegramente.

Intanto, nella discussione sull’opportunità o meno di scartare la pietra, si intromette un altro operaio, che è evidentemente un forestiero, uno che viene da Oriente. Parla infatti in un greco molto stentato.

«Io crede che Giuseppe avere ragione».

«Qualcuno ha chiesto la tua opinione?», fa il primo operaio.

«Ehi, mica c’è bisogno di essere tanto sgarbato!», gli fa notare Giuseppe.

«Non impicciarti, Giuseppe. Questi orientali vengono qui, prendono il nostro lavoro e vogliono pure insegnarci il mestiere».

«Ma che dire tu?», chiede l’operaio straniero.

«La verità! Ci sono operai di Nazareth e di Sepphoris che non lavorano, e a voi altri invece hanno dato il lavoro», continua l’altro.

«Quelli che non lavorano è perché non hanno voglia di farlo…», ribatte Giuseppe.

«Io non avere rubato proprio niente! E tu essere una testa di legno se pensare che quella pietra non buona!», insiste lo straniero.

«Testa di legno a me?».

«Sì, tu, perché solo testa di legno può dire sciocchezze e non sapere distinguere pietra da pietra!», rincara la dose.

Al che, come spesso accade, prima si inizia con gli spintoni, poi con i ceffoni, e poi è un attimo che succede una rissa. Giuseppe e gli altri operai intervengono a separare i due litiganti. Ovviamente, anche il capo cantiere si alza dalla sedia sulla quale si era seduto. Con evidente fastidio, per essere stato nuovamente disturbato, si avvicina agli operai e comincia a gridare:

«Ehi voi! Si può sapere che diamine succede qui? Perché state litigando? Non vi basta il caldo che fa, per volervi stancare anche facendo la lotta?».

«Capo, questo straniero mi ha aggredito», comincia a dire il primo operaio.

«Non è vero!», protesta l’altro.

«Silenzio! Giuseppe, tu che sei quello più tranquillo qui, mi vuoi dire che cosa è successo?».

Allora Giuseppe riassume rapidamente le cose successe, di come tutto il discorso sia cominciato con la questione della pietra che era stata scartata, di come l’operaio straniero ritenesse che invece poteva essere utilizzata e di come l’altro lo avesse insultato dicendo che è uno venuto da chissà dove per rubare il lavoro agli uomini di Sepphoris e di Nazareth.

«Insomma, tutto questo per una semplice pietra?».

«Beh, non è solo questione della pietra, è anche per le insinuazioni e le offese riguardo alla provenienza dell’operaio straniero», precisa Giuseppe.

«Allora, vediamo un po’ come l’operaio straniero voleva usare la pietra che secondo me è da scartare», propone il capo. Poi, grida a qualcuno: «Riprendete quella pietra e portatela qui, così vediamo di cosa è capace lo straniero».

«La vado a prendere io», si offre l’operaio della lite, quello che per prima aveva detto che la pietra non era buona per essere usata.

Così, quello va nel punto dove l’aveva gettata, ma non la trova. Poi, alza gli occhi per guardare un po’ più in là e si accorge che Gesù ha appena completato una costruzione di pietre. In pratica ha fatto un modellino in miniatura del tempio di Gerusalemme, usando come base la pietra che quelli avevano gettato via.

«Ehi capo!», grida quello, senza staccare gli occhi dall’opera di Gesù.

«Che altro c’è ancora? Vuoi portare sì o no quella pietra?».

«Ehm… credo ci sia qualcosa che tu debba venire a vedere».

Spazientito, il capo si sposta dove l’altro è andato a cercare la pietra.

«Dunque?», gli chiede.

L’altro si limita ad indicare con il dito. Anche il capo non può far altro che rimanere stupito per quello che Gesù è riuscito a fare. Poi, lo chiama vicino a sé e gli chiede:

«Lo hai fatto tu da solo?».

«Sì, capo!», risponde Gesù, con il suo solito sorriso gioioso.

«Come diamine hai fatto?».

«Ho solo preso la pietra che voi costruttori avete scartato e l’ho usata come base. Poi, mentre eravate intenti a litigare, ho pensato di costruire un piccolo tempio di Gerusalemme, utilizzando altre piccole pietre».

«Avete visto?», dice il capo cantiere a tutti gli altri, «un ragazzino è stato capace di fare un bel lavoro in meno di un’ora. Voi invece, nello stesso tempo non avete fatto altro che litigare. Vergognatevi!».

«Un momento», fa Gesù, «anche tu non ti sei comportato bene. E tu sei il capo, e quindi dovresti usare maggiore giudizio dei tuoi operai. Anzi, dovresti essere sempre in mezzo a loro a controllare quello che fanno, e ad evitare che succedano battibecchi e risse, com’è successo poco fa».

«Ma… ma…», riesce solo a balbettare il capo.

«Un vero “capo” sta in mezzo ai suoi operai, li aiuta, evita litigi, e soprattutto non prende mai decisioni affrettate, solo per potersi andare a sedere all’ombra. La pietra che voi avete scartata, io l’ho usata come testata d’angolo, e tu per primo sei rimasto meravigliato per un modellino che ho costruito. Impara a guardare con occhi nuovi le cose, e a non dare giudizi affrettati, altrimenti poiché tu ritieni di avere la verità, i tuoi errori non ti saranno perdonati».

Giuseppe, intanto, si è avvicinato al figlio, ma, conoscendolo, preferisce restare in silenzio e lasciar fare e dire tutto a lui.

«E questo vale anche per l’altro operaio, che senza riflettere non solo ha gettato via la pietra, ma non ha nemmeno dato ascolto all’operaio straniero. Anzi, per giunta, lo ha anche offeso e insultato, solo perché è straniero. I pagani e i farisei si comportano così, con tanta superbia! Ma attenzione, il nostro Signore Dio guarderà le opere dei figli suoi. E io penso che di questo passo, molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, ma i figli del regno saranno gettati come voi avete gettato la pietra che vi sembrava non buona».

Gli operai stanno tutti a capo chino ad ascoltare le parole del ragazzo. Poi, il capo, con atteggiamento di pentimento, domanda:

«Che dobbiamo fare, allora?».

«Fate tesoro di quello che è accaduto oggi e di quello che vi ho detto, e non ripetete più l’errore… E, soprattutto, riprendete a lavorare, che altrimenti questo teatro non sarà mai pronto!», conclude Gesù, facendo un gran sorriso.

«Avete sentito? Al lavoro!», intima il capo, stavolta prendendo posto tra gli altri.

Così, tutti si rimettono a lavorare.

«Poi, quando siamo a casa mi spieghi come ci sei riuscito a fare quella piccola costruzione», dice Giuseppe al figlio mentre torna a lavoro.

«Pa’, non ti dare pensiero, tutto ti sarà più chiaro tra una trentina di anni…».

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Il Serprente Prudente – Di Madonne e santi – 2

n. 32 (29/05/2017)

“Di Madonne e santi – 2”

Nella scorsa puntata avevo cominciato ad abbozzare le linee di una riflessione sul culto della Madonna. In particolare, partendo dagli esiti delle indagini condotte dalla Commissione voluta da Benedetto XVI sulle apparizioni di Medjugorje e dalle dichiarazioni di Francesco sul caso, ho cercato di spiegare che il vero cristiano, quello che vive con autenticità la propria fede (intendendola come pieno e convinto compimento della volontà del Padre, più che come semplice a lui affidarsi), non ha bisogno che gli appaia la Madonna ogni giorno a dargli i compiti da fare a casa. Né c’è traccia nella rivelazione evangelica che qualcosa di simile fosse previsto. Ciò posto, nulla vieta di affidarsi all’intercessione di Maria, affiché con il suo concreto esempio di vita, fornisca un viatico al credente di oggi.

Un discorso simile si può fare per i santi.

Per cominciare, la prima domanda da porsi è: chi erano i santi? Né più e né meno che uomini e donne come noi altri. Se scorriamo le biografie di alcuni di loro, è facile scoprire che per lo più si trattava di comunissimi peccatori, dediti ad ogni tipo di piacere terreno, che però hanno avuto un particolare atteggiamento: posti di fronte ad una scelta, essi hanno preferito far spazio all’azione di Dio, piuttosto che continuare a scegliere la strada dell’edonismo o del vivere “fai da te”.

L’atteggiamento “santo” è, non tanto quello dell’infallibilità e della perfezione (che è un risvolto agiografico che in realtà non c’è), quanto piuttosto quello di permettere a Dio di compiere la sua volontà, mortificando la propria di volontà, o meglio facendola aderire (questo sì in maniera perfetta) alla volontà di Dio. In altre parole, i santi sono quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto un’autentica esperienza di fede in Dio, non soltanto a lui affidandosi e in lui confidando (con preghiere, digiuni, e carità vari), ma anche operando concretamente secondo quello che leggevano nel vangelo.

Insomma, essi costituiscono un valido esempio, al pari della Madonna (ma, mutatis mutandis lo stesso discorso è possibile farlo per gli apostoli, che tutto erano fuorché perfetti: pensiamo a quello che combina Pietro fuori dal Sinedrio, mentre si svolge il processo farsa a Gesù…), di come si vive veramente e autenticamente la fede.

Invece, come ci si rivolge ai santi nella quotidianità? È noto che da tempi remotissimi, ogni centro urbanizzato, e in alcuni casi anche piccole frazioni di più grandi realtà cittadini, hanno eletto questo o quel santo a patrono e protettore. In occasione della ricorrenza liturgica di quel santo, da sempre si organizzano festeggiamenti, la cui fastosità in alcuni casi rasenta il delirio e una pericolosa deriva idolatrica.

Festeggiamenti di norma affidati a sedicenti comitati di parrocchiani, ai quali – come potevano mancare? – si sono aggiunti sindaci e onorevoli, tirati a lucido per il defilé processionale con tanto di fasce tricolori e stendardi del municipio, prevedono processioni con bande e majorette, fuochi d’artificio, coloratissime luminarie, bancarelle che vendono di tutto di più con mercatari che si contendono i posti migliori della piazza. Insomma, le feste per il santo patrono di un comune o anche di un quartiere sono diventate un carosello commerciale, che di religioso ormai conserva solo il nome.

Per non parlare del commercio e del giro di denaro che si giustifica in nome di santi, resi famosi dal compiaciuto aiuto di giornalisti e televisioni. Pensiamo a quello che è diventato “fare il pellegrinaggio da Padre Pio”, e a come san Pio è stato “venduto” in ogni modo possibile e immaginabile…

Spesso si entra in chiesa e ci si rivolge al santo di zona, quasi come se fosse un boss criminale, per ottenere una grazia o un miracolo, bypassando con sconcertante disinvoltura il vero padrone di casa… Altre volte, il santo di turno è quasi usato a mo’ di ostentazione di potere o per giustificare soprusi e vessazioni di ogni sorta: basti pensare a quanto registrato dalle cronache degli ultimi tempi, con statue che si “devono” fermare e girarsi rivolte alle abitazioni di mafiosi e di gentaglia di varie risme…

Insomma, un guazzabuglio a cui la Chiesa sta cercando negli ultimi tempi di mettere ordine, con un richiamo ad una sobrietà più in linea con la santità che si venera. Perché i santi e le madonne si venerano; l’unico che è da adorare è Dio. Mentre invece noi altri facciamo esattamente il contrario: adoriamo santi e madonne e Dio lo releghiamo in un angolo scuro, tirandolo fuori da lì solo per scaricargli addosso responsabilità e colpe, che in realtà sono solo nostre.

Vi è poi un altro aspetto. Ricordate il celebre sketch televisivo in cui Massimo Troisi e Lello Arena andavano a pregare ai piedi della statua di san Gennaro? Ebbene, in quella divertentissima scenetta, i due attori napoletani non facevano altro che incarnare il tipo medio di cristiano, che entra in chiesa, magari accende anche un cero, e invoca una grazia (nella scena quella di ricevere i numeri al lotto; nella vita reale, una vale l’altra). E guai a non ottenerla! Il santo perde immediatamente il requisito principale che gli ha guadagnato la simpatia del richiedente, cioè la sua disponibilità ad esaudire ogni richiesta (quasi come a dire “sei santo, mi devi fare la grazia”).

Io credo che non ci sia nessuna ragione plausibile, perché un sant’Antonio o una santa Teresa abbiano il dovere di fare un miracolo. Questo per due ordini di motivi. Innanzitutto, perché non credo che loro in vita abbiano ricevuto alcun miracolo dai santi che li hanno preceduti, quindi non vedo perché loro dovrebbero impegnarsi più di altri ad esaudire gli sciocchi desideri umani. Il solo vero miracolo che ha cambiato la loro vita è stato quello di comprendere qual era la via giusta da seguire.

In secondo luogo, i santi in vita non erano dei prestigiatori o dei maghi che facevano apparire e sparire le cose, o che schioccavano le dita e guarivano un moribondo. Se non l’hanno fatto in vita non c’è ragione perché lo facciano dall’aldilà. I miracoli documentati sono sempre un’azione di Dio, che opera per il tramite del santo.

Allora qualcuno potrebbe obiettare: ci stai dicendo che pregare i santi e la Madonna è inutile? Nient’affatto! La preghiera è utilissima, nella misura in cui serve ad ottenere di far luce sul concreto atteggiamento da tenere ogni giorno, e non per sciorinare degli AveGloria-Pater imparati a memoria come le canzoni di un qualsivoglia cantante. E soprattutto, pregare è utilissimo per capire che tutti siamo chiamati alla santità, intendendo con questo termine ciò che dicevo prima: non la perfezione assoluta, ma la capacità di avere una vera fede.

Ecco, bisognerebbe pregare i santi, chiedendogli di farci capire come hanno fatto loro ad imparare a seguire il suggerimento di Gesù: dite sì quando è sì, e dite no quando è no. Tutto il resto viene dal maligno.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Di Madonne e Santi

n. 31 (22/05/2017)

“Di Madonne e santi”

Il mio caro amico mi ricordava che recentemente sono successe due cose, offrendomi in tal modo lo spunto per le riflessioni che seguono, e che occuperanno anche la prossima puntata, dal momento che sono di particolare importanza e delicatezza.

Le due cose accadute sono: il centenario dell’apparizione della Madonna a Fatima (13 maggio 1917 – 13 maggio 2017) e le notizie (trapelate appena qualche giorno dopo l’anniversario) su quanto appurato dalla commissione di inchiesta su Medjugorje. L’oggetto di entrambe le questioni è lo stesso: le apparizioni (vere o presunte) della Madonna, e di riflesso il culto che noi altri riserviamo alla Madre di Dio.

Di ritorno da Fatima, interrogato dai giornalisti, Francesco è stato, come suo costume, molto chiaro: ha lodato il lavoro della commissione voluta da Benedetto XIV e presieduta da Ruini, ma soprattutto ha espresso severi dubbi sulle apparizioni più recenti: «Credo alla Madonna nostra Madre buona, non a quella capo di un ufficio telegrafico che detta al telegrafo ogni giorno a certa ora i suoi messaggi».

Il culto e la pietà mariana datano fin dal VII secolo. Tra l’XI e il XVI sec., la pietà mariana, liturgica e privata, si espande e si diffonde in ogni circolo vitale del tessuto ecclesiale: da abbazie e cattedrali, da chiese in città e in campagna, risuona concordemente la venerazione per la Madre di Dio e Regina di misericordia. Vescovi, abati e abbadesse, monaci e frati, preti e laici, ricchi e poveri, si uniscono in un solo grande coro a più voci che loda e supplica la Madre del Signore, sentita vicina a tutti coloro che, tra le prove del cammino, anelano all’incontro col Signore e Giudice della storia.

Perciò, il culto mariano non è certo invenzione della modernità. Tuttavia, nei tempi a noi vicini esso si è arricchito di un elemento, che talvolta rischia di trasformare la giusta venerazione in una fuorviante adorazione (sulla quale taluno potrebbe escogitare idee di sfruttamento in senso commerciale). E cioè, pare quasi che la Madonna, in preda ad un’irrequietezza un po’ insistente, venga continuamente a farci visita per spiegare bene ciò che da noi si vuole nell’alto dei cieli.

Ovviamente, queste note non vogliono nella maniera più assoluta negare (ma neanche confermare) la veridicità delle apparizioni. Del resto, su Fatima immagino non ci possano più essere dubbi di sorta; su Medjugorje, qualificatissimi prelati hanno detto la loro, stabilendo che le prime apparizioni sono plausibilmente reali, le altre quanto meno dubbie.

Il punto di vista dovrebbe semmai essere un altro.

Anche il lettore più superficiale dei vangeli noterà che i più vicini congiunti di Gesù, cioè Maria e (soprattutto) Giuseppe, rivestono un ruolo assolutamente marginale. Con riguardo alla Madre, se escludiamo la chiacchierata con Gabriele, il “fate come vi dice” delle nozze di Cana, e qualche altra discreta presenza accanto al figlio e sotto la croce, di lei non conosciamo assolutamente nulla (men che meno che abbia operato miracoli, poiché il vero miracolo che ha fatto lei è stata l’umile e taciturna coerenza con cui ha vissuto la sua fede totale in Dio). Tanto che per “sanare” quella mancanza, apparentemente inspiegabile, la devota fantasia di qualche primo cristiano ha dovuto inventarsi una serie di storielle, confluite poi nei vangeli apocrifi sull’infanzia di Gesù.

In realtà il silenzio di Maria (e quello speculare di Giuseppe) sono funzionali al fatto che protagonista di tutto sia Gesù, e più in particolare la parola che lui diffonde con tanta dedizione in ogni centro urbanizzato della Galilea del tempo, che gli capitasse di visitare. In altre parole, il vangelo rappresenta una sorta di delega perpetua alla Parola da parte di Dio. Quasi come a dire: «Figlioli cari, ve l’ho detto tramite i profeti; gliel’ho fatto scrivere nell’antico testamento; ho finanche fatto incarnare la seconda persona della Trinità – ovvero il Verbo – che ve l’ha ridetto e ve l’ha mostrato quello che dovete fare; adesso basta».

Tant’è che nell’episodio della parabola del “ricco epulone” (Lc 16, 19-31), si fa cenno proprio al fatto che per salvarsi i parenti del ricco epulone «hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli  […]. Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita».

Infatti, non è casuale che da Gesù in avanti, non ci siano stati più profeti, almeno non nel senso canonico del termine. Anzi, pare quasi che Dio si sia chiuso in un deliberato mutismo. Ci sono stati i santi – sui quali torneremo nella prossima puntata a completamento del discorso – che non erano però profeti, non “parlavano per conto di”, ma “agivano coerentemente secondo la Parola di”. Che è una cosa ben diversa.

Ma torniamo a Maria, la silenziosa madre di Dio. Perché una donna, che in vita e nell’accadere di tanti fatti prodigiosi e straordinari, è sempre stata quieta e appartata, ora, che è nella gloria del cielo, ogni giorno ad orari prestabiliti, deve scomodarsi a venire a ricordarci cose che sono state dette e ridette (e soprattutto mostrate nei fatti)? O, il che è anche peggio, mandare dei messaggi ulteriori, come se tutta la rivelazione non si fosse compiuta duemila anni fa?

Si potrebbe rispondere: perché Dio è misericordioso e pur di non veder persi i suoi figli manda la Madonna a fornire altre dritte (magari aggiornate ai tempi d’oggi) su come convertirsi e salvarsi. Eppure questo cozza con il libero arbitrio umano (“non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita”) e cozza con la “definitività” del messaggio evangelico, dopo il quale Gesù ha detto non ci sarà altro se non il suo ritorno per il giudizio finale. Né ha senso parlare di “aggiornamento”, perché quelle cose dette e fatte duemila anni fa sono più attuali che mai.

Oppure: è lei che autonomamente prende e parte, perché intende “suggerire” le strade per un sicura salvezza. Ma anche questo è poco plausibile, atteso che la strada è una e Gesù lo ha detto con chiarezza disarmante: “Io sono la Via”.

Dunque? Che la Madonna venga a farci visita di tanto in tanto non è incredibile, ma lo scopo non può essere che quello di porsi (quale del resto si pone con la sua silenziosa presenza accanto al figlio) come un esempio concreto del concreto modo di comportarsi, come da dire: “Ragazzuoli, datevi da fare, come ho fatto io”.

Altrettanto giusto è, per il ruolo cardine che ha avuto in tutta la storia della salvezza, tributarle la più alta venerazione, senza perdere però di vista che Maria è potuta diventare “la Madonna”, semplicemente perché ha vissuto la propria fede, senza troppi proclami e sbandieramenti di sorta, senza sgranare rosari mentre i vicini morivano di fame, senza portare in giro nessuna statua con banda musicale e fuochi d’artificio, senza aspettare che magari le apparisse di nuovo l’arcangelo Gabriele a ricordarle cosa doveva fare o come lo doveva fare, ma semplicemente compiendo con coerenza quanto il figlio ha detto di fare. Che poi è stato l’unico, imprescindibile, suggerimento che ha dato a noi altri duemila anni fa a Cana.

Di apparizioni con tanto di messaggi, il vero cristiano, quello che vuole maturare una fede tale da poter dire all’albero sradicati e vatti a piantare nel mare, e che come Maria vuole percorrere la Via verso la Vita e la Verità, proprio non dovrebbe proprio avere bisogno…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Forma e sostanza

n. 30 (15/05/2017)

“Forma e sostanza”

Dopo una pausa più lunga del previsto, il Serpente prudente riprende il suo cammino di provocatoria riflessione. Nelle più recenti puntate, avevo cercato di tracciare un percorso riferito all’autentico senso della fede che i cristiani dovrebbero coerentemente professare.

È evidente che non ci sarebbe bisogno nemmeno di starci a pensare, se tutti quelli che si dicono cristiani leggessero, comprendessero e applicassero ciò che Gesù dice con una chiarezza veramente disarmante. Tutto il quadruplice racconto evangelico è riccamente disseminato di esempi e di spiegazioni talmente semplici, che anche un bambino non troverebbe alcuna difficoltà a capirli. Infatti, la difficoltà è nel viverli nella quotidianità…

Il punto è che tanti si limitano ad una fede puramente formale. Aderiscono a precetti e regole di facciata; magari vanno a messa tutte le domeniche e recitano il rosario per ingraziarsi santi e madonne in vista di una guarigione miracolosa; stringono mani al segno della pace e lasciano la loro elemosina al mendicante che tende la mano sul sagrato. Tuttavia, se a loro venisse richiesto uno sforzo supplementare, qualcosa che incida nel profondo della loro sostanza di cristiani, ecco che con mille scuse si tirerebbero indietro.

È un po’ l’atteggiamento del giovane ricco che osservava tutti i comandamenti e tutta la legge di Mosé, ma quando Gesù gli chiede di rinunciare a tutti i suoi beni e proprietà, girò il cavallo e amareggiato se ne tornò a casa sua.

Considerato che il punto di partenza di questo discorso sulla fede è che essa non è il semplice affidamento fideistico nella potenza divina (atteggiamento che presupporrebbe un’esclusiva responsabilità divina, e un ruolo burattinesco per gli uomini), bensì è un modo attivo e concreto di porsi nei confronti di Dio e del prossimo, bisogna capire in concreto cosa fare.

Qualche indizio lo avevamo rintracciato riflettendo sulle esortazioni quaresimali. Ma tutto il vangelo è ricco di esempi. Intanto, Gesù stesso indica una strada concettualmente utile, sancendo due comandamenti (gli unici che lui impartisce ai suoi): ama Dio come te stesso, ama il prossimo come te stesso.

Detti così, possono sembrare mere dichiarazioni programmatiche. Perciò, Matteo (25, 31 e ss) si è preoccupato di esplicitare bene il senso di questo “amare come se stessi”. Nel citato passo evangelico, si prefigura il giudizio finale: Gesù siede sul trono circondato dai suoi angeli e separa pecore e capre. I primi (i giusti) li chiama benedetti, poiché lo hanno visto affamato e gli hanno dato da mangiare, assetato e gli hanno dato da bere, e così via. Quelli gli dicono “ma quando mai?”, e lui chiosa: “ogni volta che avete fatto questo ad uno di questi piccoli lo avete fatto a me”.

Viceversa i capri li chiama maledetti perché non hanno fatto nulla del bene che potevano fare. Pure quelli chiedono “ma quando mai?” (e si intuisce che il tono della domanda non è tanto quello della sorpresa, quanto piuttosto quello del voler accampare una scusa e una giustificazione), e anche qui la chiosa è la stessa. E così i primi se ne vanno alla gloria del paradiso, e i secondi al supplizio eterno.

Dunque, un primo motivo di riflessione è ancora una volta incentrato sulla piena, sostanziale e assoluta (nel senso di indipendente dalla volontà divina) responsabilità di scelta dell’uomo: è l’uomo che, in totale libertà, stabilisce se essere pecora (animale mansueto e disponibile a seguire il pastore) o capra (animale testardo e restio all’obbedienza). Questa dimensione di responsabilità umana si è persa nel mondo odierno dove ogni escamotage è buono per deresponsabilizzarsi nella sfera pubblica come nella sfera privata. Invece, nell’antichità era chiaro a chiunque, pagano o cristiano. Anche i romani, infatti, asserivano che quisque faber fortunae suae, cioè ognuno è artefice della propria sorte.

Essere pecore o capre è innanzitutto un atteggiamento interiore. Pecore (poi dopo vengono chiamati giusti) sono coloro che vivono la fede e “amano come se stessi” in maniera spontanea, senza alcun calcolo, come se fossero tutt’uno con i rapporti interpersonali che vivono. Capre sono quanti vivono in maniera farisaica la loro fede, per mera apparenza, rifiutando deliberatamente di impegnarsi in relazioni autentiche e sincere.

Il secondo passaggio è appunto sulla concretezza di questo “amare come se stessi”. L’elencazione è chiara: dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ecc.: quelli che noi chiamiamo opere di carità corporale. Ovviamente, il catalogo non è da prendersi alla lettera, né da considerarsi esaustivo. Affamato è anche chi ha bisogno di un consiglio su come regolarsi in un accadimento della vita; assetato è anche chi ha bisogno di un abbraccio per tirarsi su di morale; nudo è anche chi si trova coinvolto in dicerie e in accuse per cose che non ha mai commesso e viene additato da tutti come persona sgradita e da allontanare; incarcerato è anche chi è prigioniero di dipendenze di ogni tipo, dalla droga al gioco d’azzardo.

C’è una frase di Simone Weil che dice: “Mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia”. Ed è sostanzialmente quello che fanno i fanatici farisei di ogni religione: antepongono la vuota osservanza formale, all’autentico rispetto e amore per il prossimo e per Dio. Ed è per questo che, in generale, qualsiasi fedele di qualsiasi religione vivesse autenticamente il proprio credo (cioè mettesse la Verità con la V maiuscola prima della persona, il che equivale ad amare Dio e il prossimo come se stessi), nemmeno ci sarebbe tutto questo spargimento di sangue e questi proclami di guerre sante, che sono il frutto di una deliberata distorsione fatta ad uso e consumo proprio, ma con i quali né Dio, né Allah, né Zeus hanno mai c’entrato nulla…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino -Episodio 16

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 16

Nazareth, anno 1 a. C.

Gesù si è svegliato un po’ più tardi stamattina. È giorno di festa a scuola e quindi appena sarà pronto, insieme con Giovanni, andrà al lago a giocare con gli altri bambini. Avrebbe voluto accompagnare Giuseppe al cantiere di Sepphoris, ma il padre è partito all’alba, e la sera prima gli aveva detto di riposare e che sarebbe andato con lui un altro giorno.

«Ehilà, ben svegliato», lo saluta Maria.

«Buongiorno!», risponde lui, stropicciandosi gli occhi.

«Dormito bene?».

«Mica tanto… Ho avuto un brutto sogno».

«Ti va di raccontarmelo?».

«No, meglio di no…».

«Perché?», chiede la madre, assumendo un’espressione di preoccupazione mista a tristezza.

«Perché ho sognato di essere ucciso».

Maria è presa da un senso di sgomento. Poi, per sdrammatizzare dice:

«Non devi preoccuparti. Al mercato ho sentito due soldati romani che parlavano proprio dei sogni. Secondo loro, i sogni non sono altro che fantasie, prive di qualunque utilità pratica per il sognatore. Cioè, sono solo frutto della fantasia, che magari ti fa rivivere qualcosa che ti ha colpito durante la giornata».

Gesù, sapendo che la madre è turbata, replica: «Sì, mi sembra giusto. Per loro natura i sogni non si possono spiegare e portano messaggi difficili da interpretare. E non sempre i messaggi che portano si realizzano».

«Bene. Dai, vai a prepararti, che tra poco arriva Giovanni», conclude Maria.

Poco dopo, il cugino è giunto e Gesù si è preparato. Insieme, si dirigono verso il lago.

«Stanotte ho sognato di essere ucciso», gli confida Gesù, strada facendo.

«Ma dai! Racconta».

«No, meglio di no…».

«Vabbè, ma manco puoi dirmi che hai avuto un brutto sogno e poi non raccontarmelo».

«Secondo mamma, i sogni sono solo fantasie e non significano niente».

«Uhm… secondo me dovresti parlarne con qualcuno capace di interpretare i sogni, così ti spiega bene qual è il significato del tuo», suggerisce l’altro.

«Ma io so perfettamente cosa significa il mio sogno».

«E cosa significa?».

Segue una lunga pausa. Gesù assume un’aria riflessiva e poi, aprendosi in un largo sorriso replica al cugino:

«Quello che significa ti sarà più chiaro tra una trentina di anni!».

«Ci credi se ti dico che lo sapevo già che mi avresti risposto così?», ribatte Giovanni.

Insieme scoppiano a ridere.

Intanto, giunti nei pressi del lago, incontrano un po’ di bambini: ci sono Simone e suo fratello Andrea, e i figli del socio del loro padre, Giacomo e Giovanni. Poi, ci sono alcune bambine: Sara, Cleofa, Rebecca e Maddalena. E c’è anche un ragazzino da poco unitosi al solito gruppetto: si chiama Zenone, ed è il figlio di un ricco commerciante di origine greca.

«Salve, parvulos», saluta Gesù.

«Che fai, ora, ti metti a parlare la lingua dei nostri invasori?», sembra quasi rimproverarlo Giovanni.

Gli altri, invece, sembrano divertiti da quel modo inconsueto di salutare.

«Ragazzi, sono contento che ci siamo proprio tutti stamattina», commenta il fratello di Giacomo, che pure si chiama Giovanni, ed è il più piccolo della compagnia.

«Che facciamo?», chiede Sara.

Seguono un po’ di proposte su quale gioco fare. Alla fine, prende la parola il nuovo arrivato, il greco Zenone:

«Quando vivevo ancora a Salonicco, prima di trasferirmi qui, con i miei compagni facevamo un gioco».

«Quale?», chiedono un po’ tutti.

«Allora, uno di noi viene bendato e conta fino a cento…», esordisce il ragazzo.

«E se chi viene bendato non sa contare?», chiede Simone, scatenando l’ilarità di tutti.

«Uhm…», riflette l’altro, che non si aspettava una simile domanda, «facciamo che scegliamo qualcuno capace di contare fino a cento e ci togliamo dall’impaccio».

«Gesù è bravo a scuola. Lui sa contare fino a cento!», fa notare Rebecca.

«Sì, è vero», conferma Giovanni.

Gesù li guarda come per dire “ma perché proprio io?”, e poi rivolto a Zenone lo esorta a continuare la spiegazione del gioco. Così, quell’altro riprende:

«Dunque, uno viene bendato e conta fino a cento, mentre tutti gli altri corrono a nascondersi da qualche parte. Quando chi è bendato è arrivato a cento, si scioglie la benda e cerca di scoprire dove si sono nascosti gli altri. Il primo che viene scoperto dovrà a sua volta bendarsi e andare in cerca degli altri».

Sentita la spiegazione, tutti sono d’accordo fare quel gioco, e, ascoltato ciò che hanno poc’anzi detto Rebecca e Giovanni, il primo a dover essere bendato e a contare sarà Gesù.

Un po’ controvoglia si fa bendare e comincia a contare ad alta voce, mentre gli altri, chi da una parte chi dall’altra, vanno a nascondersi. Giacomo e Giovanni si nascondono dietro ad una barca, che la notte prima era stata tirata in secca; Simone e Andrea invece si nascondono dietro ad alcuni cespugli; le ragazze corrono un po’ più in là, dove ci sono degli alberi e si mettono ognuna dietro una pianta; Giovanni, il cugino di Gesù, va a mettersi dietro il muro di una casa che è poco più in là, e nella quale, data l’ora non c’è nessuno; Zenone, infine, si nasconde sopra il tetto di quella stessa casa.

«Ma, non sarà un po’ pericoloso stare lassù?», gli fa notare Giovanni.

«Cosa vuoi che succeda? Piuttosto, non parlare forte, altrimenti tuo cugino capisce subito che siamo qui e uno di noi due lo trova di sicuro!», risponde il ragazzo greco.

Arrivato a contare fino a cento, Gesù si toglie la benda e si guarda intorno. Tutti sono ben nascosti a quanto sembra, visto che gettando l’occhio non riesce a individuare nessuno. Notata la casa poco più in là, e pensando che possa costituire un buon nascondiglio, si dirige proprio in quella direzione.

Quando è dinanzi alla porta, si accorge che un filo di paglia dal tetto gli è caduto tra i capelli. Alza la testa e con la coda dell’occhio vede un’ombra sgattaiolare sulla terrazza. Stando attento a non fare rumore, si arrampica sul tetto, e s’accorge che, nascosto lassù, c’è Zenone.

«Eccoti lì, Zenone!», esclama a gran voce alle spalle del nuovo amico.

Quello, forse sorpreso dall’essere stato trovato, si volta di scatto, ma nel girarsi perde l’equilibrio e cade di sotto.

Gesù si precipita a vedere cosa gli è successo, e nel ridiscendere trova pure Giovanni, al quale dice: «Presto, Giovanni, corri a chiamare aiuto. Zenone è caduto dal tetto».

«Come è caduto?».

«Ero salito per vedere chi c’era e lui ha perso l’equilibro ed è caduto».

«Gliel’avevo detto che era pericoloso nascondersi sul tetto».

«Corri a chiamare suo padre», gli dice Gesù.

Zenone è lì riverso e non si muove. Gli altri bambini, usciti fuori dai rispettivi nascondigli, si avvicinano alla casa. Nessuno, però, ha il coraggio di avvicinarsi al corpo di Zenone, poiché tutti credono che sia morto. Poco dopo giungono anche il padre e la madre del ragazzo e cominciano a piangere e ad accusare Gesù di aver spinto di sotto il loro ragazzo.

«Come potete accusare Gesù di aver gettato giù Zenone?», chiede Giovanni.

Quelli, però, continuano a maltrattarlo, minacciando di chiamare le guardie perché arrestino Gesù.

«Ma, siamo solo bambini e stavamo giocando. Zenone è salito sul tetto per nascondersi ed è caduto», fanno notare un po’ tutti gli altri.

I genitori del ragazzo caduto non sentono ragioni. Giunte anche le guardie, i genitori seguitano a disperarsi per la morte del figlio, e ad incolpare Gesù dell’accaduto.

Allora, quello si avvicina al ragazzo per terra. Guarda tutti i presenti e dice ai genitori: «Mi avete accusato di un crimine senza nemmeno farmi dire una parola. Cosa fareste voi, se io vi accusassi senza ragione dinanzi a tutti e dinanzi al cielo?».

Essi tacciano.

«Io vi dico che Zenone non è morto».

Infatti, accovacciatosi sul ragazzo, lo scuote dicendogli: «Zenone, alzati e dì a costoro: sono io che ti ho gettato giù dal tetto?».

«Stupido, non vedi che è morto? Come pensi che possa risponderti?», lo insulta una delle guardie.

Ma Zenone apre gli occhi, si alza e si mette a sedere, guardandosi un po’ intorno. Si massaggia la testa che ha battuto nel cadere: «No, Gesù, non sei stato tu a buttarmi di sotto. Ho perso l’equilibrio e sono caduto».

I genitori e le guardie rimangono sbalorditi. Zenone si alza in piedi e si complimenta con Gesù, perché è stato bravo a capire dove lui si era nascosto. Poi, va dalla madre e dal padre che lo abbracciano e lo baciano. Infine, se ne ritornano con il figlio a casa. E anche le guardie vanno via, senza dire una parola.

«Gesù, tu sei sempre stato bravo con tutti, ma quelli ti volevano arrestare…», gli fa notare Simone.

Lui sorride e dice a tutti gli altri amici: «Fate tesoro di questo: cercate sempre la verità e non fermatevi all’apparenza. Questo lo fanno i pagani. Ma chi crede veramente nel Signore, cerca sempre e comunque la verità».

Avendo visto ciò che era accaduto, Giacomo e Giovanni, maledicono quella gente: «Che scenda un fuoco dal cielo e li consumi». Ma Gesù si volta verso di loro e li rimprovera: «No, amici. Chiedete piuttosto al Signore che dia loro la saggezza di comportarsi rettamente secondo la sua volontà e non maledite nessuno, nemmeno chi vi accusa ingiustamente».

Giovanni, per stemperare un po’ le cose, assume un’espressione buffa e ammiccante, ed esclama: «Tanto, tutte queste cose tra una trentina di anni vi saranno più chiare!».

La frase procura l’effetto sperato, perché Gesù per primo comincia a ridere, seguito da tutti gli altri. Poi, visto che la giornata è ancora lunga, riprendono a fare il gioco insegnato loro da Zenone, finché non viene l’ora di cena.

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Il Serpente Prudente – La crocifissione, nuova epifania

n. 29 (10/04/2017)

“La crocifissione, nuova epifania”

Il brano evangelico di ieri, Domenica delle Palme, proponeva, com’è tradizione, la lunga narrazione degli eventi che riguardano le ultime ore di Gesù sulla terra. Più precisamente il racconto (quest’anno era il turno della versione di Matteo) parte dall’ingresso in Gerusalemme fino alla sistemazione nel sepolcro del corpo, ormai senza vita, di Gesù, piamente deposto da Giuseppe di Arimatea.

Nel mezzo, com’è noto, succede un po’ di tutto: l’ultima cena con i Dodici, la sofferenza del Getsemani, il tradimento e l’arresto di Gesù, i sommari e sgangherati processi davanti a Caifa e agli altri sommi sacerdoti, un processo un po’ meno parziale (ma pur sempre dall’esito infausto) davanti a Pilato, una visitina da Erode (che sembra però confondere Gesù con prestigiatore di fiera da paese), la flagellazione e la crocifissione. Infine, Gesù, dopo essere stato pure schernito perché ha salvato gli altri e non riesce a salvare se stesso, muore e viene posto nel sepolcro.

Immagino che i primi ascoltatori e i primi lettori di questi fatti dovettero recepirli nella maniera che sappiamo: i pagani la presero per una cosa stolta, i giudei per una cosa scandalosa. In effetti, non è casuale che i capi del Sinedrio abbiano chiesto a Pilato una condanna a morte per crocifissione. Avrebbero potuto far uccidere Gesù in qualsiasi altro modo. Ma storicamente parlando la crocifissione era il supplizio di schiavi e malfattori (infatti altri due vengono uccisi così insieme con Gesù), cioè degli ultimi reietti del mondo antico.

Questo, nella bislacca mente di Caifa & C., doveva segnare anche la damnatio memoriae di Gesù. Insomma, un po’ una cosa del tipo: “non solo ce lo togliamo dai piedi con le sue continue accuse alla nostra falsità, ma lo condanniamo anche a non essere ricordato da nessuno”. Già, perché nell’intera letteratura latina, gli stessi scrittori – a parte qualche rara eccezione – non parlano mai di crocifissione, proprio perché era ritenuta una morte talmente infamante, che infangava perfino colui che ne scriveva.

Invece, le cose sono andate un pochino diversamente. Infatti, fin da un attimo dopo che Gesù è spirato, succede ben altro che la dannazione all’oblio che Caifa e i suoi compari credevano di ottenere. E questo credo sia il punto più importante dell’intera narrazione della Passione.

I quattro evangelisti sono concordi nel riferire che, appena Gesù muore, il velo del tempio si squarcia, e la terra comincia a tremare. È fondamentale un particolare: di fronte a tutto quel cataclisma, il centurione che montava la guardia alle croci con i suoi soldati commenta: “Davvero costui era Figlio di Dio!”.

Questo dettaglio – a mio giudizio di fondamentale importanza – costituisce la nuova e definitiva epifania del Signore, al pari di quella che riguardò i Magi e i pastori qualche tempo dopo la nascita di Gesù, e costituisce anche un motivo di riflessione per noi oggi su chi e come può ottenere il dono della fede.

È guardando a questi due momenti epifanici e all’atteggiamento di Caifa & C., che possiamo capire ancora una volta qual è l’atteggiamento della vera fede. Di sicuro non è quello di Caifa, il quale, per credere in Gesù ha bisogno dell’”esibizione” della sua divinità. Caifa è come quelli che dicono “io credo, se ottengo”. Infatti, con estrema chiarezza il sommo sacerdote dice che se Gesù scendesse dalla croce, egli e i suoi sodali crederebbero in lui.

Il che è ancora una volta un giocare di rimando, come fa il fratello maggiore del figliol prodigo. Ma, paradossalmente, se Gesù avesse accontentato Caifa e si schiodava dalla croce e magari scendeva a terra facendo pure un triplo salto mortale, avrebbe smentito la sua natura divina. Infatti, Dio non sta lì per esaudire le richieste più o meno sciocche che gli vengono fatte. Era vero duemila anni fa ed è vero ancora oggi: all’uomo che vuol credere è chiesto uno sforzo, in ragione del libero arbitrio di cui gli è stato fatto dono. In altre parole, per credere bisogna che ci sia un atto di volontà dell’uomo, non di Dio!

Ed è proprio quello che accade ai pastori e ai magi una trentacinquina di anni prima, e poi al centurione nei giorni della Passione. Dio si manifesta ed essi, in piena e totale libertà accettano di credere in lui e di vivere secondo la fede che hanno in lui. Di certo, l’angelo che appare ai pastori, la stella che appare ai magi, o il terremoto che spaventa il centurione non hanno costretto nessuno di loro a credere e a professare una fede. È stata una loro libera scelta.

Vi è pure un altro aspetto importante, e cioè che la fede non è esclusiva di nessuno, ma è per chiunque. Chiunque voglia accettare l’epifania del Signore. Infatti, i primi a cui Dio si manifesta sono gli umili e i poveri (i pastori di Betlemme). Ma non solo essi hanno diritto a fare la loro scelta: anche chi persegue la strada della conoscenza letteraria e scientifica (i magi) può, per quella via, giungere alla vera fede. Ma l’epilogo della vita di Gesù, con la folgorante intuizione del centurione, ci fa capire che anche uno che fino a quel momento è stato estraneo alla fede può riceverla in dono.

La cosa essenziale, in tutti e tre i casi, è la volontà di mettersi in gioco e vivere secondo la scelta fatta. Diversamente, saremo solo dei buoni Caifa, che chiedono il numero di magia per avere la prova dell’esistenza di Dio. Peccato che se avessimo la prova, noi diventeremmo solo dei burattini privi di libero arbitrio, che vivono in un’eterna recita fine a se stessa.

In conclusione, colgo l’occasione per fare ai lettori di questa rubrica i miei auguri di una buona Pasqua.

Il serpente prudente si prende una piccola pausa e tornerà, con la consueta periodicità settimanale, lunedì 24 aprile.

Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

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Il Serpente Prudente – Fede e fiducia – 2

n. 28 (03/04/2017)

“Fede e fiducia – 2”

In una delle prime puntate dell’anno di questa rubrica, ho cercato di fare un po’ il punto su cosa il vero cristiano dovrebbe intendere quando si parla di “fede”. Dopo il triplice appuntamento dedicato alle esortazioni quaresimali alla preghiera, al digiuno e all’elemosina, ho pensato di spendere qualche ulteriore parola sul concetto chiave della vita cristiana. Che è per l’appunto la “fede”.

È evidente che di fede si fa un gran parlare, proprio perché è il fondamento ed il cardine del dirsi cristiani. Perciò, è quanto mai importante aver ben chiaro in mente che significato attribuire a questa parola.

Fermo restando quanto detto qualche puntata fa, diciamo che innanzitutto è evidente che la fede presupponga un atteggiamento di continua “presa di posizione”. Uno degli equivoci più diffusi riguarda proprio questo. Infatti, spesso si ha l’impressione che i cristiani, anche quelli che si dicono più ferventi e convinti, vivano la loro fede come una specie di sentimento immutabile, acquisito più per tradizione ed educazione familiare, che non per libero convincimento. Quasi che il rapporto con il Signore si sia cristallizzato in qualche formuletta ritualistica, da sciorinare a memoria, per far fronte a qualche problema nel frattempo insorto nella propria quotidianità.

Niente di più inesatto. Infatti, basterebbe dare un’occhiata alle vite di quanti hanno veramente vissuto un’intera esistenza di vera fede per accorgersi che Dio esige un rapporto “attivo”, di continua messa in discussione, di continua presa di posizione.

La fede è sicuramente un dono del Signore. Ma talvolta si può trattare anche di un dono che viene da un costante esercizio della ragione; altre volte può venire da un incontro con qualcuno che ha già trovato la sua strada; altre volte ancora può sorgere in occasione di qualche esperienza traumatica. Insomma: non c’è una sola strada per arrivare a comprendere e a concepire la fede come quell’atteggiamento di libera scelta di aderire alla volontà del Signore, in una forma talmente coerente e piena, da avere il potere di dire al gelso di sradicarsi e andarsi a piantare in mare.

Un’indicazione, in tal senso, viene – come è ovvio che sia – dalle parole dello stesso Gesù. Ricordate la parabola del seminatore? Per esempio, la versione di Matteo (13, 1-23), non soltanto contiene il racconto, ma, per i pigri che non si vogliono sforzare nell’interpretarlo, ne fornisce addirittura la spiegazione.

Il seminatore semina ovunque: per la strada, nei luoghi sassosi, tra le spine, nella terra buona. E già questo dettaglio “geografico”, ci lascia capire che la posizione di chi riceve i semi è fondamentale. I semi vengono dati a tutti, ma non tutti sanno come custodirli e farli crescere. E qui si potrebbe citare anche la parabola dei talenti, che pure in misura variabile, vengono forniti a tutti, ma non tutti poi hanno la voglia – perché di voglia si tratta e non di capacità – di metterli a frutto.

Ecco perché la vera fede presuppone un continuo essere in movimento, un continuo mettersi in gioco, un continuo accogliere, meditare e “vivere” concretamente – perché non c’è veramente niente di più materiale, pratico e concreto della parola di Dio – la volontà del Signore.

Ed infatti, nello spiegare la storiella del seminatore, Gesù sgombra il campo da qualsiasi tentazione di equivoci: «[18] Voi dunque intendete la parabola del seminatore: [19 ]tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. [20] Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, [21] ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. [22] Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. [23] Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».

Dunque: per avere e vivere una vera fede, i passaggi sono pochi ma essenziali. Innanzitutto ascoltare e comprendere la parola (e dunque la volontà del Signore). In questo non possono esserci alibi: forse l’antico testamento può contenere episodi e affermazioni un po’ difficili da comprendere (anche perché alcune cose fanno riferimento a tradizioni ormai sparite da millenni), ma se qualcuno non comprende la chiarezza delle parole del Vangelo è solo perché non vuole capire, dal momento che Gesù si esprime con tale semplicità, che è veramente pretestuoso volerlo equivocare.

All’ascolto e all’accoglimento con gioia della parola – e qui è ancor più chiaro quanto entri in gioco il libero arbitrio dell’uomo – deve seguire la costanza. In tempi come i nostri, in cui la superficialità e l’approssimazione la fanno da padrone, la fortezza è una virtù sempre più emarginata. E, invece, è proprio quello che viene richiesto a noi altri, altrimenti alla prima tribolazione, “restiamo scandalizzati”. È sotto gli occhi di tutti che molti fedeli, alla prima richiesta di guarigione o di qualsiasi altro tipo non esaudita, alzano i tacchi e vanno a pregare altri dei o altri idoli.

La fortezza deve essere anche accompagnata dalla coerenza. Non si può seguire la parola di Dio, che predica un mondo di semplicità e di misura nelle cose del mondo, e poi lasciarsi soffocare dall’ansia della materialità. Ecco perché per i ricchi è difficile entrare nel regno dei cieli: non tanto a causa del loro patrimonio, ma dall’uso distorto che ne fanno. Ed ecco perché anche chi possiede poco non è al riparo dall’inganno e dalla preoccupazione del mondo.

Invece, è richiesto l’ascolto e la comprensione della parola. Comprensione che non è solo un “capire”, ma è letteralmente il “prendere con sé”, cioè farne una cosa propria. Non a caso, il padre del figliol prodigo dice all’altro figlio “ciò che è mio è tuo”: quindi se quello avesse fatto proprio ciò che era del padre, avrebbe saputo che poteva prendere il vitello senza manco chiedere il permesso e mangiarselo con gli amici.

In conclusione: la vera fede è ascoltare, vivere con fortezza e coerenza, e fare propria la parola di Dio. Così sapremo pregare, digiunare ed essere veramente misericordiosi, come prescrive questo tempo di Quaresima

Vincenzo Ruggiero Perrino

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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 15

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 15

Nazareth, anno 1 a. C.

Usciti da scuola, Gesù e Giovanni hanno deciso di far visita a Giuseppe, il quale, poiché il cantiere di Sepphoris resterà fermo per qualche settimana, ha ripreso di buona lena il suo secondo impiego: vendere frittelle per strada.

«Comunque, io penso che zio Giuseppe sia veramente in gamba… Cioè, non è come tutti quegli sfaccendati che perdono tempo quando non lavorano. Lui è riuscito ad inventarsi un secondo lavoro», esordisce Giovanni.

«Già, mio padre è forte! E devi dire che a vendere le frittelle guadagna più che a fare il costruttore a Sepphoris!», replica l’altro.

«Meglio così, no?».

«Direi!».

«E, poi, diciamola tutta: le frittelle che fa tuo padre sono proprio ottime!».

«Per questo la gente fa la fila per comprarle!».

Cammina cammina, i ragazzi giungono nella strada adiacente il mercato, dove Giuseppe ha piazzato il suo banchetto da venditore.

«Ecco!», esclama Gesù, «che ti dicevo? Guarda che fila che c’è già!».

I due si avvicinano al padre/zio, che nel vederli li saluta: «Ue’, ragazzi, già finita la lezione?».

«Sì, zio, una noia che non ti dico».

«Come mai da queste parti?».

«Pa’, che domande! Ci siamo detti “andiamo a vedere come procede il lavoro”, e siamo venuti qui!».

«Ah, ecco, e io che pensavo che volevate assaggiare una mia frittella… Mi sono sbagliato… Vorrà dire che quelle che volevo dare a voi, le venderò a questo signore…», dice, alludendo al primo della fila che aspetta di avere la sua frittella.

«Beh, zio, se ce ne fai assaggiare una, noi mica rifiutiamo!».

Giuseppe scoppia a ridere e porge una frittella ciascuno. Poi, mentre i ragazzi si siedono su delle pietre un po’ più in là, lui continua a servire i suoi clienti. Dopo un po’ di tempo, la fila è stata smaltita: tutti hanno avuto la loro frittella, la borsa con i soldi è piena, e adesso si può tornare a casa. Così, l’uomo comincia a mettere in ordine le sue cose; i ragazzi gli si avvicinano per aiutarlo.

Poco più in là, dall’altro lato della strada, uno storpio, vestito di stracci, si muove verso il terzetto con il suo passo claudicante, strisciando una gamba e appoggiandosi ad un lungo e nodoso bastone.

«Aspetta! Aspetta!», grida verso Giuseppe, agitando il braccio.

«Cosa succede?», chiede l’altro.

«Stai andando via?», domanda appena giunge vicino a Giuseppe.

«Sì. Ormai si è fatto tardi, e ho finito tutte le frittelle che avevo preparato».

«Maledico questa gamba che non funziona come dovrebbe, che mi ha fatto fare tardi!».

«Via, non mi sembra sia il caso di prendersela tanto. Domani sarò di nuovo qui e potrai mangiare una mia frittella», replica l’altro.

«Tu non puoi capire. Ho chiesto l’elemosina al mercato per un’intera giornata per poter comprare una tua frittella. E ora, dopo tanta fatica, dovrò restare digiuno fino a domani».

«Se l’avessi saputo sarei venuto io da te a portartene una».

«Lo so, tu non hai colpa. Io me la prendo con il cielo che mi ha fatto così!», dice l’altro, con un tono particolarmente arrabbiato, quasi come se sputasse veleno ad ogni parola.

Udite queste cose, Gesù interviene nel discorso.

«Cosa succede?», chiede.

«Ma ti pare il momento? Non vedi che è abbastanza arrabbiato?», gli fa notare Giovanni, cercando di trattenerlo per un braccio.

«Lascia, voglio soltanto parlare con lui».

Ascoltata la spiegazione dell’uomo, Gesù gli chiede: «Ma il Padre nostro che è nei cieli non ha voluto certo punirti, facendoti nascere con una gamba malata».

«Ah no? Ma non credo che vivere in queste condizioni sia un premio!», esclama l’altro in tono sarcastico.

«Dovresti semplicemente cercare di vivere al meglio che puoi, perché punizioni e premi verranno dopo la morte, non certo prima! Se tu fossi un attore, ti direi che in un certo senso questa è la parte che ti tocca interpretare, e devi farla bene, se vuoi che lo spettacolo abbia successo. E uno spettacolo ha successo o meno, dopo che è stato rappresentato».

«Ragazzo, ma mi vuoi forse prendere in giro?».

«Non mi permetterei mai».

«E ammesso pure che fosse come dici tu, desidererei, però, sapere perché, in questo “spettacolo”, proprio io debba fare il pezzente? Solo per me, la vita deve essere così tragica? E perché, per gli altri, invece tutte le cose devono andare bene? Non siamo forse tutti uguali davanti al tuo Dio? Perché, allora, la vita è tanto diseguale per ognuno, e a me è toccato vivere da miserabile e storpio? A me non sembra giusto che ad altri la vita dia maggiori gioie rispetto a me!».

A quel punto, Giuseppe e Giovanni guardano Gesù, quasi come se temessero che il loro figlio e cugino non riesca a replicare nulla a quell’uomo effettivamente tanto sfortunato, da non aver potuto avere nemmeno la gioia di gustare una frittella.

Invece, il ragazzo tira un bel respiro e poi comincia a dire: «Ti faccio un esempio, così per rendere meglio l’idea che ti voglio spiegare».

«Sentiamo».

«Se fossimo a teatro…».

«Di nuovo a teatro?».

«Sai, mio padre lavora proprio alla ricostruzione del teatro a Sepphoris, e si spacca la schiena e la mani per fare in modo che io possa crescere. E dunque il teatro è una cosa che conosco bene. E poi considera che il mondo è un po’ il teatro sul quale si affaccia lo sguardo del nostro Signore…».

Il mendicante annuisce senza replicare alcunché.

«In una rappresentazione è degno di lode sia colui che la parte fa del mendicante (che però si dedica a quella piccola parte con tutta la passione e il suo impegno), sia colui che rappresenta il re. Entrambi sono uguali nel meritare l’applauso del pubblico. L’importante è far bene la propria parte, indipendentemente da quale essa sia».

«Cioè?».

«Tu pensa a vivere secondo la volontà di Dio, e vedrai la tua ricompensa sarà pari a quella di un re o di uno scriba. E, affinché non tu non ti affigga ritenendo che Dio ti abbia voluto condannare, ti dico che, ai suoi occhi, il ruolo del re non è giudicato migliore, se il povero, con ogni impegno, avrà ben vissuto. Entrambi avranno la ricompensa per come hanno agito».

«Tu dici?».

«Dico dico. Nel teatro di Dio, il primo attore è pagato tanto quanto il trovarobe, e tanto quanto l’ultima comparsa senza nome. La cosa importante che devi tenere sempre a mente è che, quando calerà il sipario, Dio giudicherà il tuo impegno nel sostenere la parte che ti è stata data».

Segue un lungo silenzio. Giuseppe e Giovanni guardano ora Gesù, ora l’altro uomo. Alla fine questi esclama: «Grazie, ragazzo, per avermi detto queste cose. Forse, mi sono arrabbiato inutilmente. Anche perché alla fine, pur arrabbiandomi, non è che la mia gamba riprende a funzionare, o mi arricchisco e non sono più povero! Proverò a vivere meglio le mie giornate».

«Bravo!».

«Allora io vado. Domani tornerò per avere la mia frittella!», esclama finalmente tranquillo l’uomo.

«Va bene», riesce appena a dire Giuseppe, sorpreso del cambiamento di umore che le parole del figlio hanno provocato in quel poveretto.

«Ah dimenticavo. Io la mia frittella prima non l’ho mangiata. Tieni prendi la mia!», gli fa Gesù.

Quell’altro non riesce a spiccicare nemmeno una parola, ma prende dalle mani del ragazzino la frittella e comincia a piangere. Poi, ringraziatolo, se ne ritorna lentamente da dove era venuto.

«Figliolo, ma perché aspettare che quello si arrabbiasse e sbraitasse come ha fatto? Visto che non avevi mangiato la tua frittella, non potevi dargliela subito, così che non dovevamo sorbirci tutte le sue lagne?», chiede Giuseppe, mentre tutti e tre prendono la via del ritorno.

«No, altrimenti, domani avrebbe fatto altrettanto, se non peggio».

«Cioè?», gli chiede Giovanni.

«Era necessario fargli capire come stanno le cose, e fare in modo che capisse che il Signore non ce l’ha con lui. Solo così poteva fare pace con Dio».

Nipote e zio si guardano perplessi.

«Cosa c’è?», chiede Gesù.

«Non è mica tanto chiaro quello che hai detto, caro cugino!».

«Vabbè, diciamo che…».

Giuseppe e Giovanni lo interrompono e all’unisono finiscono la frase: «… tutto sarà più chiaro tra una trentina di anni!».

I tre scoppiano a ridere e proseguono la strada verso casa.