Author : Riccardo Petricca

HomeArticles Posted by Riccardo Petricca (Page 4)
Read More
il-serpente-prudente

Il Serpente Prudente – Il vino nuovo della pubblica amministrazione

n. 19 (30/01/2017)

“Il vino nuovo della pubblica amministrazione

Parlando di “posto”, generalmente siamo portati ad indentificarlo con il “posto pubblico”, cioè quello alle dipendenze di uno qualsiasi delle migliaia di enti pubblici (nella più ampia accezione possibile), di cui è particolarmente ricca la nostra repubblichetta. Straordinariamente diffusa è la mitologia, arricchitasi di tanti dettagli nel corso di decine di anni, intorno ai tanti benefici di cui godono gli stipendiati pubblici, tanto che tutti quelli che il posto pubblico non lo ricoprono giungono, sospirando, alla solita conclusione: “beato te che hai il posto fisso!”.

Chi scrive è uno degli ancora tanti dipendenti pubblici, uno di quelli che ha il posto fisso e al 27 di ogni mese prende lo stipendio pagatogli da un ente comunale. Di conseguenza, io conosco veramente come stanno le cose, perché le vivo ogni giorno; e, mutatis mutandis, immagino che ciò che accade nel comune dove lavoro io, grosso modo accada in qualsiasi altro ente pubblico (di qualsiasi specie e livello) d’Italia.

Innanzitutto, sfatiamo una credenza tanto diffusa quanto inesatta: non è vero che con lo stipendio di dipendente pubblico si diventa ricchi, né tanto meno si può vivere in maniera dispendiosa. È vero che lo stipendio è fisso, ma lo è anche nel senso che sono almeno una decina di anni che è fermo a quella precisa cifra, mentre il costo della vita dal 2006 ad oggi è quasi raddoppiato. Nel 2006, durante il fine settimana, in determinati distributori di benzina, si riusciva a pagare un litro di diesel anche meno di un euro. In dieci anni, quello stesso litro è arrivato a costare poco sotto i due euro! In altre parole: lo stipendio è rimasto tristemente lo stesso, mentre i prezzi sono pressocché raddoppiati. Solo che questo nessuno lo dice mai.

Altra falsa credenza: negli uffici pubblici nessuno fa niente. Si tratta di un’affermazione che va per lo meno ridimensionata, dal momento che, se davvero nessuno facesse niente, l’Italia si sarebbe da tempo fermata. Infatti, se qualcosa ancora continua a funzionare è perché c’è uno sparuto manipolo di “eroi”, che per quattro soldi e magari andando anche contro gli interessi di parte dei loro dirigenti superpagati, ogni giorno abbraccia la sua croce e fa il suo lavoro.

Un’altra cosa, che trasversalmente i politicanti hanno sostenuto fino a convincere il popolo di pecoroni che rappresentano, è che gli enti pubblici costano troppo, e quindi bisogna tagliarli e privatizzare tutto. Destra (soprattutto), ma anche la sinistra hanno ripetuto il mantra della “privatizzazione” fino a distruggere definitivamente quegli enti che loro stessi hanno creato per sistemarci dentro gli amici, le amanti, i compari e i figli.

Tuttavia, è sotto gli occhi di tutti che la privatizzazione è stata un bene solo per gli amici degli amici che si sono arricchiti, facendo definitivamente affossare quei servizi che prima già avevano un funzionamento precario. E di esempi ce ne sono tanti: i trasporti, i servizi telefonici, quelli del gas, dell’acqua… Per non parlare della sanità o dell’istruzione…

Altro mantra ciclicamente sbandierato come la salvezza di tutto il sistema: l’abolizione delle province. Prescindendo dal fatto che più lo si dice e sempre meno lo si fa (le province sono sempre lì, con tutti i loro dipendenti, e soprattutto la rappresentanza politica), qual è il vantaggio di toglierle? Quelli che ci lavorano passerebbero a lavorare per regioni e/o comuni o altri enti (e quindi dovrebbero essere comunque pagati); la parte politica non viene nemmeno più eletta, ma scelta tra i rappresentanti dei comuni. Quindi, il vantaggio dove sta? E, poi, vogliamo tagliare le province, ma poi lasciamo una marea di enti utili quanto un mal di denti (un esempio su tutti, le comunità montane), o enti assolutamente dannosi (per esempio le regioni, vere mostruosità buone solo per inauditi sprechi di denaro).

Il punto è semmai un altro. Considerato che oggi un po’ per legge (vedi l’autocertificazione e la deburocratizzazione), un po’ per il progresso tecnologico (almeno nei comuni più progrediti, i cittadini possono interfacciarsi con gli uffici direttamente da casa, via internet), non c’è più la necessità di tanta gente a lavorare nei comuni, o comunque negli enti pubblici, bisognerebbe sedersi a tavolino e stabilire cosa fa e cosa non fa la pubblica amministrazione. E una volta stabiliti i compiti che l’apparato pubblico deve adempiere, dotarsi di un numero adeguato di personale adeguatamente preparato per quelle mansioni.

Ovviamente queste sono scelte “politiche”. E ce li vedete voi quei buoni a nulla dei nostri parlamentari a fare una riforma – questa sì veramente epocale? Siamo seri: dall’Unità di Italia ad oggi, la pubblica amministrazione (ripeto ad ogni livello e di ogni settore) è stata né più né meno che il refugium peccatorum, per tanti amici, amanti, figli e compari, che sono stati invitati a partecipare alla spartizione del denaro pubblico, senza preoccuparsi troppo di doveri e compiti. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le varie riforme succedutesi dai primi anni Novanta fino ad oggi, sono la palese contraddizione di una saggia riflessione di Gesù, ricordataci da Marco (2, 21-22): «Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Abbiamo sentito parlare migliaia di volte di “trasparenza”, “economicità”, “efficacia”. Ma quale trasparenza vedete voi in un paese dove spesso e volentieri i superpagatissimi posti dirigenziali vengono affidati per scelta personale del sindaco o del presidente di turno, senza un bando di concorso? Quale economicità si può scorgere laddove approvando un bilancio si dirottano fondi su opere assolutamente inutili e impossibili come il ponte sullo stretto di Messina, senza tener conto che le strade che dovrebbero condurre al fantomatico ponte sono più pericolose della pista che i cowboy facevano attraversando il Gran Canyon? Quale efficacia c’è in una pubblica amministrazione che prima finge di raccogliere le lamentele del popolo circa la sicurezza e poi piuttosto che mettere un po’ più di poliziotti in strada, li manda a fare da autisti a prefetti e ministri, oppure allo stadio a sorvegliare i tifosi? Ma che se le guidino da soli le loro auto blu i ministri, e che si giochino a porte chiuse le partite!

Ma niente paura, i nostri esilaranti politici (nostri degni rappresentanti) da tempo hanno trovato la soluzione a tutto il problema: fare riforme che restano solo sulla carta, incolpando di questo i dipendenti fannulloni (ma, in effetti, di fannulloni ce ne sono tanti, basti pensare ai ricorrenti scandali di chi timbra il cartellino e se ne va poi in giro per i fatti suoi). Tuttavia, dimenticano un piccolo dettaglio: i fannulloni che oggi si vogliono gettare in pasto ai leoni, il posto lo hanno preso proprio grazie a quei politicanti che adesso, non sapendo più a chi addossare le colpe, se la prendono con i loro amici, amanti, figli, compari.

Vincenzo Ruggiero Perrino

Read More
Pastorale Digitale 2.0

Classifica Finale del Concorso Clicca il Presepe

Classifica

Parrocchie

  1. Lorenzo Martire – Picinisco
  2. Giovanni Battista – Civitella
  3. Chiesa Madre – Cassino

 

Privati

  1. Andrea Quadrini – Isola del Liri
  2. Emilio Rocchi – Fontechiari
  3. Mirella Porelli – Picinisco

 

Associazioni

  1. Associazione Giovanile Forever – Fontechiari
  2. Oratorio Don Bosco – Cassino
  3. Associazione Santa Maria Salome – Castelliri

 

Viventi

  1. Presepe Vivente Diocesano
  2. Giovanni Battista – Sant’Angelo in Th
  3. Presepe Vivente Fontechiari

 

Digitali

  1. Leonardo Bonavenia
  2. Presepe sull’isolotto – Isola del Liri
  3. San Giovanni B. ed Evangelista – Casalvieri
  4. San Bartolomeo Ap. – Cassino
  5. Sant’Antonino Martire – Pico

 

Note della commissione:

La classifica finale è stata giudicata da una giuria tecnica e sono stati penalizzati coloro che hanno abusato di strategie web per le visualizzazioni        

Read More
il-serpente-prudente

Il Serpente Prudente – Neve terremotata

n. 18 (23/01/2017)

“Neve terremotata

L’informazione della settimana scorsa è stata quasi monopolizzata dalla notizia delle nuove scosse di terremoto, verificatesi più o meno nelle stesse zone già colpite lo scorso agosto. Come se non bastasse, i disagi legati alla sismicità sono stati viepiù amplificati da un inclemente ondata di maltempo, che ha letteralmente sepolto paesi e città, creando una situazione al limite del sostenibile.

In un Paese come il nostro, dove si fa a gara a chi fa più sensazionalismo (senza mai andare veramente al cuore dei problemi per risolverli in maniera più o meno definitiva, o almeno per arginarne gli effetti in prospettiva futura), la notizia più clamorosa di tutte è stata quella della valanga che ha spazzato via l’Hotel Rigopiano, a Farindola, in provincia di Pescara. La macchina dei soccorsi, pur efficaci tanto da salvare diversi ospiti, è stata accusata di scarsa tempestività (vorrei vederli io i sapientoni accusatori a muoversi con metri di neve a sbarrare la strada); sui commenti dei nostri degenerati rappresentanti politici è meglio stendere un velo pietoso.

A scanso di equivoci, esprimo subito il mio cordoglio per le innocenti vittime dell’accaduto. Tuttavia, dal punto di vista di questa rubrica, tutta la vicenda ha reso chiaro, se mai ce ne fosse veramente bisogno, che gli italiani sono il popolo che, più di ogni altro nel mondo, riesce con una sistematicità quasi maniacale ad osservare l’ammonimento di Gesù, riportato in Luca 16, 9: “procuratevi amici con la disonesta ricchezza”. Infatti, penso sia ben palese la catastrofe culturale della nostra disgraziata repubblichetta: giornalisti che non sanno informare; politici che non hanno idea di come si amministra; imprenditori che badano solo al proprio tornaconto, in nome del quale sono pronti a qualsiasi abuso; giudici che non riescono più a fare giustizia. Tutti bravi a chiacchierare, e nessuno che ha la benché minima intenzione di fare niente di buono, pur riuscendo ad ottenere il massimo vantaggio personale dal “non saper fare”.

Accertare se la valanga, che ha travolto l’hotel, sia in qualche modo da collegare al terremoto compete a geologi e sismologi. Dico solo che la distanza temporale di circa tre ore tra le scosse (l’ultima forte delle quali risale alle 14.33) e la valanga (verosimilmente verificatasi intorno alle 17.20, cioè una ventina di minuti prima dell’invio dell’SMS con la richiesta di aiuto) rende alquanto improbabile l’ipotesi che a innescare la valanga sia stato proprio il terremoto, che, per quanto forte, era localizzato ad una certa distanza. Piuttosto verosimile, invece, è l’ipotesi che la valanga si sarebbe verificata a prescindere dal terremoto, quale conseguenza delle abbondanti nevicate che hanno flagellato l’Appennino durante i giorni scorsi.

I geologi dell’Università di Chieti-Pescara hanno spiegato che l’Hotel Rigopiano è stato investito da un’enorme colata di detriti, che ha acquisito forza e velocità notevoli sotto la pressione della neve abbondante. In altre parole: tutto è iniziato come una slavina, la quale cadendo ha raccolto rocce e alberi, cominciando a scorrere su una superficie debole, prendendo velocità a contatto con la neve, che ha fatto da “lubrificante”.

A dirla tutta, nella zona dove sorgeva l’hotel le grosse valanghe non sono una novità. Qualcuno ha ricordato che già nel 1936 c’era stata un’analoga rovinosa valanga. Inoltre, le immagini orografiche chiariscono inequivocabilmente che l’albergo sia stato costruito sotto un canalone di montagna, che si restringe pericolosamente proprio in prossimità della struttura, in un punto dove un’eventuale valanga raggiunge inevitabilmente velocità elevate.

Ora, a tragedia avvenuta, gli esperti, sottolineando la pericolosità della posizione dell’albergo, parlano di “abuso edilizio”, sentenziando che in un posto del genere non si doveva costruire. E, sicuramente, concluse le operazioni di soccorso, i magistrati della Procura competente territorialmente apriranno qualche decina di fascicoli, per individuare e assicurare alle sapienti mani della giustizia i responsabili di questo scempio. Il che – ça va sans dire – non riporterà in vita le vittime, né ristabilirà l’equilibrio ambientale scombussolato. Tutte cose che si potevano tranquillamente evitare, usando una virtù ormai perduta: il buon senso.

La storia recente dell’hotel è stata interessata da un processo per corruzione, conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”. L’ipotesi della pubblica accusa era quella del reato di corruzione a carico di vari politicanti locali, in cambio di un voto favoreole per sanare l’occupazione abusiva di suolo pubblico relativamente all’ampliamento della struttura. Struttura che, nei primi anni Settanta, era poco più di un casolare (che sorgeva in una zona adibita a pascolo di bestiame, e compresa in un’area naturalistica protetta), il quale, magicamente, nel 2007 era diventato ciò che era fino alle cinque del pomeriggio del 18 gennaio.

Per la Procura, «l’autorizzazione a sanatoria si basava sul presupposto che detta occupazione non costituisse abuso edilizio per mancata, definitiva trasformazione del suolo». Una scempiaggine che i politicanti hanno affermato sulla scorta non solo della «promessa di un versamento di denaro destinato al finanziamento del partito», ma anche in seguito ad una serie di «assunzioni preferenziali per i propri protetti». Grazie alla proverbiale lentezza della nostra giustizia, i reati – dichiarati in ogni caso insussistenti – erano comunque prescritti dallo scorso aprile, col favoloso risultato che, benché vi siano stati dei morti, e con ogni “naturale” evidenza quell’ecomostro lì non poteva starci, nessuno potrà fare appello!

E meno male che ci autodefiniamo patria del diritto! A me pare che siamo solo un popolo di incoscienti, campioni del mondo di disonestà intellettuale, i quali, per quattro soldi, deturpano ogni cosa, oltretutto mettendo assurdamente a repentaglio la propria stessa esistenza, e, nell’evenienza, gridando contro la “madre natura assassina”.

Vincenzo Ruggiero Perrino

Read More
serpente_verde_2_1280x800

Il Serpente Prudente – Fede e Fiducia

n. 17 (16/01/2017)

“Fede e fiducia

Qualche settimana fa, trovandomi a conversare con il mio più caro amico – che ringrazio per l’occasione di riflessione che mi ha fornito – ci siamo reciprocamente scambiati opinioni su quale sia il senso della fede che noi diciamo di professare. Ho creduto opportuno condividere con i lettori di questa rubrica gli esiti di quelle riflessioni.

Con ogni evidenza, comprendere esattamente di cosa parliamo quando pronunciamo la parola “fede” è fondamentale per il vero cristiano. Con altrettanta evidenza, per quanti affermano con approssimazione e superficialità il proprio essere cristiani, la questione invece rileva in modo più marginale, potendo disinvoltamente confondere concetti e questioni.

Ed, infatti, il concetto di fede sovente viene confuso, anzi, per meglio dire, viene limitato al concetto di “fiducia”. Invece, mi pare piuttosto chiaro che la fede e la fiducia siano due dimensioni sottilmente diverse, benché la fede comprenda anche la fiducia.

Bisogna riconoscere che i (sempre più pochi) sacerdoti, presi dai tanti impegni a cui cercano volenterosamente di far fronte, non sempre spiegano con sufficiente chiarezza questa differenza. Spesso si sente dire dai pulpiti che avere fede in Dio significa a Lui affidarsi, confidando che nella Sua infinita misericordia sappia come far girare nel verso giusto il mondo e gli umani, disponendo tempi, modi e luoghi delle azioni.

Insomma, sembra quasi che fede in Dio equivalga né più né meno all’avere completa fiducia che Lui, in un modo o nell’altro, faccia funzionare le cose, ritagliando per noi altri un comodo ruolo di irresponsabilità, del tipo: “Sono venuto a messa, prego che la tale cosa vada bene, e quindi ora tocca a te, Dio, fare in modo che quella cosa vada bene, perché io ho posto la mia fiducia nella tua benevolenza”.

Ebbene, l’atteggiamento della fiducia è piuttosto ovvio: la cosa più normale per un figlio è avere fiducia nel padre, affidarsi alla sua guida, alla sua comprensione, alla sua compassione. E, tutto sommato, è anche un modo di vivere il rapporto con Dio che non richiede un particolare sforzo né di volontà, né intellettuale. Però, è anche una dimensione esistenziale che, proprio per la sua “semplicità” non può essere confusa con la vera fede, che richiede invece, un impegno un po’ più consapevole e profondo, o meglio un’attiva partecipazione dell’uomo nell’azione divina. Diversamente, tutta la questione si esaurirebbe in un “ho fiducia in Dio, lascio fare a lui, senza assumere alcuna responsabilità”.

Credo che si possano citare almeno due episodi evangelici, che forniscono un’ottima traccia per capire cos’è la vera fede, che, è bene ripetere, include senza dubbio una componente di fiducia, ma altrettanto indubbiamente non può con quella essere confusa.

Il primo ce lo racconta Luca (17, 6), e può spiegare che fede non è solo fiducia. Gesù, intervenuto a scacciare un demonio da un ragazzo (impresa nella quale i discepoli non erano riusciti), li ammonisce, dicendo: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». È evidente che Gesù non sta dicendo ai suoi discepoli: “Abbiate fiducia in me, che vi tiro fuori dai pasticci”. Sicuramente per andargli dietro per mezza Palestina, con i pericoli che questo comportava, avevano fiducia in Lui. E del resto, se Egli voleva indicare un mero atteggiamento di fiducia in Dio, avrebbe detto: “Se avete fiducia in me quanto un granello di senape, preghereste me di dire al gelso, eccetera”.

Dunque, la vera fede, anche in una misura minima, permette al credente di poter autonomamente dire al gelso di piantarsi nel mare. Il che fa pendant con quanto Gesù altrove (Gv. 14, 12) afferma: «Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi».

È bene tuttavia precisare che la vera fede non serve a fare prodigi e magie del tipo appunto di spostare le cose come farebbe Silvan. La vera fede è l’atteggiamento di chi, con piena e libera consapevolezza, accetta la condizione esistenziale di chi cammina per la Via che conduce alla Verità e dunque vive con pienezza la Vita. È dunque l’atteggiamento di chi “sa” e non solo “spera” che l’osservare la Parola e fare le stesse cose che ha fatto Gesù, sia la strada giusta. Le cose grandi che farà chi ha fede non sono certo spostare le montagne, o far apparire dal nulla un forziere pieno di dobloni d’oro: sono piuttosto opere intese a vivere con pienezza gli insegnamenti di amore e misericordia di Gesù.

Il secondo episodio, che ancor meglio chiarisce quale deve essere l’atteggiamento dell’uomo che ha vera fede, è in Luca (15, 11-32), ossia nella cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Usualmente, nella percezione popolare, l’attenzione è focalizzata sull’atteggiamento del padre nei confronti del figlio, che prima sperpera la sua parte di eredità e poi, pentitosi, ritorna a casa. Però, per capire quale sia la consapevolezza che è alla base della vera fede, bisogna rileggere quel che il padre dice all’altro figlio, quello che fa l’offeso.

Il padre gli dice: «Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua». Dunque, chi ha fede “sa” (e non si limita semplicemente a “sperarlo”), in virtù del rapproto che lega un figlio che vive sempre insieme al padre, che ogni cosa del padre è sua. Del resto, quale figlio nella casa del padre si comporta da ospite, confidando nel fatto che il suo anfitrione lo tratti bene, o gli permetta di accendere la televisione o di prendere un bicchiere d’acqua? Non si comporterà piuttosto da padrone nella casa di suo padre, dispondendo dei beni del padre come fossero i suoi?

Ecco, possiamo concludere che la fede è avere la certezza (e non solo la fiducia) di essere figli di un Padre, che chiede solo di avere verso il prossimo lo stesso atteggiamento di misericordiosa compassione, che gli ha nei confronti di ciascuno, e in tal modo poter compiere le stesse opere che Egli compie.

Vincenzo Ruggiero Perrino

Il Serpente Prudente – Una querelle

n. 16 (09/01/2017)

“Una querelle

Chiudendo la “puntata” della settimana scorsa, formulavo un augurio affinché il 2017 fosse l’anno della responsabilizzazione, nel senso che ciascuno si sentisse più responsabile per il prossimo, in modo da creare un nuovo senso di comunità, per poter veramente ripartire. Le (poco incoraggianti) notizie di questa settimana mi hanno confermato che il grosso limite del nostro tempo è proprio quello di una mancanza di responsabilità. Anzi, di male in peggio, ognuno cerca di scaricare le proprie manchevolezze sull’altro, cercando in tal modo di presentarsi agli occhi di tutti come un agnellino innocente, magari vittima sacrificale, frainteso da tutti e vilipeso nonostante le sue nobili intenzioni.

Fateci caso: è un meccanismo che noi italiani brava gente abbiamo sviluppato fino alla perfezione. Una squadra di calcio, anche prima in classifica, perde una partita che sulla carta avrebbe vinto? Mica è colpa degli undici deficienti che corrono dietro al pallone a suon di milioni di euro! No, è colpa dell’allenatore. Manco ci fosse lui in campo a sbagliare i tiri.

Una mamma (è successo a Vibo Valentia) muore tre giorni dopo il parto? Mica è colpa di qualche medico malaccorto! No, è il destino crudele che ha fatto sorgere complicazioni inaspettate. Come se partorire non fosse la cosa più naturale di questo mondo.

Quasi la metà dei giovani è senza lavoro? Mica è colpa di una dissennata politica economica e bancaria, che in nome della quadratura dei bilanci fa in modo che i pochi privilegiati restino tali a discapito della massa! No, è l’austerità voluta dall’Unione Europea e dalla Germania. Oppure, sono gli immigrati che sono venuti qui a prendere le nostre case e il nostro lavoro, e ad approfittare dei nostri sussidi (che è il messaggio che praticamente tutti i giorni viene fatta passare dalla becera trasmissione di Maurizio Belpietro, Dalla vostra parte).

E gli immigrati in qualche modo c’entrano in quel che sto per dire. Il vero capolavoro, questa settimana, lo abbiamo raggiunto nella querelle che ha visto contrapposti esponenti di due “nobili” categorie che il mondo intero ci invidia, i politici e gli intellettuali. Non per dire, ma nel settantennio di repubblica, abbiamo sfornato degli autentici “number one”; anzi spesso in un’unica persona si potevano agevolmente individuare tanto i tratti del politico, quanto quelli dell’intellettuale. A dirla tutta, eccezion fatta per alcuni dell’una e dell’altra categoria (che non a caso sono più apprezzati fuori che in casa propria), è tutto un melting pot della più sconcertante vuotezza.

Il fatto, credo (e spero), è noto ai più: durante una sparatoria di camorra nel centro storico di Napoli sono stati feriti tre immigrati e una bambina di dieci anni. I colpi sono stati esplosi per “punire” un ambulante extracomunitario che non voleva pagare il pizzo al clan di zona.

Analizzando e commentando questo episodio lo scrittore Roberto Saviano, che ha fatto della “camorra” – pur declinandola in varie forme e sotto varie sfaccettature – il suo principale cavallo di battaglia, in un’intervista ha sostanzialmente detto che: “gli arresti non fermano la camorra, ci sono sempre nuovi affiliati”; “questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza”; “il sindaco è in carica da sei anni, ma parla come se si fosse appena insediato”; “la sinistra radical napoletana ragiona da ultrà: se critichi stai tifando contro”; “Angelino Alfano ha inviato l’esercito per ragioni di facciata politica”; “chi invita a distogliere lo sguardo da questa realtà mi fa paura quasi quanto le paranze che sparano”. Insomma, una ridda di cose ripetute decine e decine di volte, come sempre limitandosi ad un’analisi (pur precisa e puntuale), ma senza fornire alcuna ricetta cocreta sul da farsi per, non dico debellare, ma almeno arginare il fenomeno criminale.

A queste dichiarazioni ha, ovviamente, replicato il sindaco Luigi De Magistris: “Saviano si arricchisce sulla pelle della città, e per questo non potrà mai ammettere che a Napoli le cose stanno cambiando”; “non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco”; “se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l’invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari”; “a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il sistema, ma non è possibile che Saviano non si sia reso conto di quanto sia cambiata Napoli”; “caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione”.

Entrambe le posizioni, mi pare chiaro, celano una sostanziale svalutazione del napoletano medio. L’una perché, sottolineandone sempre e solo le negatività (e di fatto trascurando le cose positive), lo dipinge come una persona incapace di migliorare, e oltretutto non fornisce alcuna valida “cura” al problema; l’altra perché, facendo vanto delle positività, non le attribuisce allo sforzo di tutte le componenti sociali, ma solo alla propria azione politica individuale.

Penso sia chiaro a chi abbia letto gli interventi di questa rubrica, che la mia opinione sui politici nostrani non è proprio delle migliori. E la “sparata” di De Magistris, ancor più deludente se si pensa che proviene da un ex magistrato “anticamorra” come lui si è autodefinito, dimostra, in tutta la sua banalità, la caratura mediocre del nostro ceto politico, anche quando proviene da un passato un po’ meno opaco. Un politico autentico neanche avrebbe perso un’ora della sua giornata per scrivere un post su facebook per controbattere a cose che non ritiene veritiere, ma avrebbe impiegato quel tempo per “fare” qualcosa contro la criminalità, anziché “parlare” contro chi a sua volta “parla” contro la criminalità!

Per altro verso, io credo che un intellettuale debba sicuramente prendere il bisturi e puntarlo laddove c’è l’infezione, questo è fuori discussione. Ma, se è sacrosanto quello che dice Saviano, e cioè che non si può chiedere che di una città vengano decantate solo le cose buone nascondendo quelle cattive, è altrettanto inutile parlare sempre e solo delle cose negative senza valorizzare adeguatamente il lavoro e la fatica delle centinaia di migliaia di napoletani che ogni giorno si comportano onestamente o cercano di vivacizzare culturalmente la città. Indicare solo il nero, non mette in evidenza il bianco, e viceversa.

Come al solito sia l’uno che l’altro contendente hanno dimostrato di aver dimenticato una lezione importante, che in queste pagine ho già citato altre volte: dire sì sì, no no. Invece, i politici e gli intellettuali nostrani spesso pretendono di voler sconfinare in altre spiegazioni, in altre dimostrazioni, in altre questioni, che non risolvono il merito di qualsivoglia problema, e alla fine inducono tutti quelli che quel problema lo subiscono o ne fanno parte, solo a pericolosissimi atteggiamenti di noia e di assuefazione.

Vincenzo Ruggiero Perrino

Read More
il-serpente-prudente

Il Serpente Prudente – L’anno della responsabilizzazione

n. 15 (02/01/2017)

“L’anno della responsabilizzazione

È passato Natale; è passato Capodanno, e già da oggi tanti staranno riprendendo il loro normale tran tran quotidiano. Abbiamo comprato e ricevuto regali (perdendo di vista che il vero regalo da fare era farsi un po’ più prossimi gli uni verso gli altri); abbiamo o siamo stati invitati a cene luculliane (dove è più quello che resta nei piatti, che quello che si mangia); abbiamo giocato a carte o a tombola (magari prendendo troppo sul serio quello che dovrebbe essere un semplice momento di divertimento); e ci siamo dovuti sorbire, più o meno su tutti i canali, quei servizi televisivi, che cercano di riepilogare quello che è successo nell’anno appena trascorso.

Ebbene cosa è successo nel 2016? Tanti nomi della cultura e dello spettacolo ci hanno definitivamente lasciato: tra i musicisti e cantanti David Bowie, Keith Emerson, Greg Lake, Leonard Cohen, George Michael, Prince; tra gli artisti del cinema Bud Spencer, Franco Citti, Silvana Pampanini, Ettore Scola e Gene Wilder; tra quelli di teatro Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Anna Marchesini e Dario Fo; tra le personalità della moda Marta Marzotto; tra gli intellettuali e scrittori Umberto Eco; tra i leader politici Fidel Castro.

Ciecamente e senza alcuna reale preparazione abbiamo gettato alle ortiche due anni di lavori parlamentari, sancendo la vittoria del “no” al referendum, facendo cadere il governo, e autoinfliggendoci nuove lungaggini per varare una legge elettorale, che, in mano a quei buffoni che ogni giorno dicono di rappresentarci, sembra sempre più un miraggio lontano.

Abbiamo inquinato a più non posso; abbiamo consumato a più non posso; abbiamo sfruttato terra, cielo e mare a più non posso. Abbiamo fatto crescere il PIL dello 0,5%, il che ha fatto giubilare imprenditori e politici, perché ormai, come ripetono da una decina di anni, “la ripresa è dietro l’angolo” (visto che languiamo sempre nella stessa situazione di mediocrità, a questo punto, mi chiedo dove sia l’angolo!).

Con la noncuranza e l’approssimazione emotiva che caratterizza i nostri tempi abbiamo assistito a disumanità di ogni tipo: attacchi terroristici (da ultimo quello di Berlino), bombardamenti (con centinaia di bambini massacrati ad Aleppo e in ogni altra parte del pianeta), omicidi di un’efferatezza che nemmeno Diabolik li concepirebbe (mi riferisco al caso dell’anestesista di Saronno e della sua amante), una vera e propria carneficina di donne (uccise da quegli stessi uomini che avevano giurato loro amore eterno).

Più o meno quotidianamente abbiamo parlato male della stessa persona alla quale al momento dello scambio della pace in chiesa abbiamo farisaicamente stretto la mano; abbiamo offeso, ingiuriato, vilipeso il prossimo in mille occasioni, con una naturalità tale che ormai nemmeno ci facciamo più caso; abbiamo disatteso, con quella stessa “spontaneità”, le più banali norme del vivere civile (fosse anche buttando la plastica nel cassonetto del vetro, o l’alluminio insieme ai rifiuti umidi; oppure parcheggiando in divieto di sosta, pretendendo pure di avere ragione con la guardia di turno, perché “tanto fanno tutti così”).

Eppure, ci emozioniamo ad ascoltare canzoni che parlano di amore e di pace; ci piace vedere film strappalacrime dove l’eroe solitario salva il mondo dalla catastrofe di turno; mandiamo al primo posto nella classifica dei libri più letti, quelli in cui si raccontano storie di passioni e di amori.

Questo proprio non me lo spiego: con tutto il parlare che si fa di amore e pace, anziché nella barbarie che ci circonda, dovremmo vivere in un mondo dove tutti non fanno altro che intrecciare corone di fiori, e vivere la vita in comunione, accontentandoci dei frutti della terra. Invece, è evidente che c’è qualcosa che non va, se consideriamo che gli stessi politicanti che parlano di pace, poi nel bilancio dello Stato hanno inserito una voce di spesa di 32 miliardi di euro per gli armamenti! Se quei 32 miliardi di euro li dividevamo per i circa 60 milioni di italiani, eravamo un po’ più contenti tutti quanti! E, invece, li sperperiamo in fucili, bombe e carri armati, manco fossimo Rambo! Ma anche nella quotidianità le cose non vanno diversamente: parliamo di amore e di pace e poi siamo sgarbati, scontrosi, astiosi gli uni con gli altri.

E, a parer mio, ciò che non va è proprio l’aver completamente perso di vista il senso di far parte di una collettività, di vivere in comunione gli uni con gli altri, la voglia di intessere relazioni autentiche con l’altro. Ciascuno vive come se fosse il solo padrone del mondo, micragnosamente attaccato ai propri piccoli e grandi privilegi, disinteressato a ciò che accade all’altro, pretendendo di avere solo diritti e nessun dovere. È un po’ la storia di Caino che tenta di giustificars dicendo: “Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Gn. 4, 9).

Ebbene, io credo che se ognuno si sentisse responsabilizzato nei confronti del prossimo le cose andrebbero meglio. Voglio credere che quegli operatori di pace, che Gesù dice beati perché saranno chiamati figli di Dio, abbiano proprio questo compito nel mondo di oggi. Non tanto sbandierare vuoti proclami del consueto volemose bene, ma proprio sentirsi in prima persona responsabili per il loro fratello, e responsabilizzare i loro fratelli verso gli altri ancora.

Credo che sia l’unica strada per uscire da qualsiasi impasse: economica, politica, ambientale, culturale. Perciò, se c’è un augurio per il 2017 che comincia, è che questo sia un anno in cui ciascuno si riscopra responsabile per il proprio fratello, affinché tutti possano ricominciare a sentirsi parte di una vera collettività.

Se il 2016 è stato – giustamente – l’anno della misericordia (e su quella divina, non mi pare che ci possano essere dubbi di sorta: un altro dio meno misericordioso da tempo ci avrebbe incenerito per punirci di tutto il disprezzo che mostriamo nei confronti del creato e delle creature tutte), facciamo del 2017 l’anno della responsabilizzazione di ognuno.

Vincenzo Ruggiero Perrino

Read More
La Sacra Famiglia di Nazaret

Sacra Famiglia – Episodio 12

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 12

Nazareth, anno 1 a. C.

Nella casa di Nazareth dove vivono Giuseppe, Maria e Gesù c’è un’atmosfera un po’ particolare oggi. Maria si è alzata prestissimo per preparare il pranzo; Giuseppe non è andato al cantiere, per poter fare delle compere al mercato; Gesù è euforico per quello che accadrà durante la giornata e sta finendo di prepararsi.

«Gesù, sbrigati che è tardi!», chiama Maria.

«Ma’, ma perché gridi? Oggi è il mio compleanno!», dice Gesù, presentandosi alla madre, già tutto lindo e pinto.

«Hai ragione, bambino mio, ma voglio essere pronta quando cominceranno ad arrivare gli ospiti per la festa».

«Dov’è andato papà?».

«È uscito presto per fare delle compere al mercato».

Proprio, nel momento in cui Maria finisce la frase, Giuseppe entra in casa, portando sulle spalle un sacco pieno di cose che ha acquistato.

«Ehi pa’, hai fatto spesa grossa!».

«Beh, festa grossa, spesa grossa!», replica quello, mettendo a terra il sacco e cominciando a tirar fuori un bel po’ di cose da mangiare.

«Io apprezzo quello che fate, ma non affannatevi tanto per le cose materiali…».

«Che dici, figliolo? È il tuo compleanno. È tradizione che si faccia festa e si diano gli auguri al festeggiato per proteggerlo dalle forze del male e per auspicare per lui salute e sicurezza».

«Ma queste sono cose che fanno i pagani! Io penso che nel giorno del proprio compleanno bisogna semplicemente stare bene in compagnia delle persone care, e condividere con loro un po’ di tempo serenamente, magari imparando qualcosa di importante gli uni dagli altri…».

«Questo è vero! Ma noi vogliamo stare bene con te sempre!», dice Maria.

«Sai bene, che “sempre” non è possibile».

Dopo un momento di silenzio, Gesù riprende la parola.

«Insomma, chi sono gli ospiti che aspettiamo?».

«Tra non molto arriveranno mia cugina Elisabetta con marito e figlio… E, poi, ci sarà un’altra persona con i suoi due figli», risponde Maria, concludendo la sua frase con un tono, tale da voler suscitare la curiosità del figlio.

Infatti, la domanda del ragazzo non tarda ad arrivare:

«E chi è questa persona?».

«È una giovane donna, che aiutò la levatrice quando sei nato tu… Insomma, è anche grazie a lei che tu sei nato…».

«Come si chiama?».

«Maria Salome, e verrà con il marito Zebedeo e i suoi figli Giovanni e Giacomo».

«Sono curioso di conoscerla».

«Certo, ragazzo, ma ora dammi una mano a prendere dal sacco le cose che ho comprato», gli dice Giuseppe.

Mentre Maria torna alla cucina, padre e figlio si danno da fare. Gesù ne approfitta per chiedere:

«Papà, ma poi che cosa fece questa Salome quando io sono nato?».

«È presto detto. Io avevo condotto tua madre, che ormai era prossima al parto, in una camera, lontano da sguardi indiscreti. Poi, uscii a cercare un’ostetrica ebrea per le strade di Betlemme… Ti avevo detto tempo fa che eravamo lì per un censimento voluto dai romani…».

«Sì, mi ricordo».

«Bene. Trovata l’ostetrica la condussi da tua madre. E lei piena di stupore per quello che stava accandendo…»

Gesù lo interrompe: «Certo… una nuova vita è sempre qualcosa che provoca stupore, no?».

«Ehm, non intendevo questo… vabbè… dicevo… la condussi da tua madre e quella chiamò Salome, che l’aiutava nel suo lavoro di ostetrica. Questa Salome era incredula rispetto al fatto che tua madre, che ancora non conosceva uomo, potesse essere incinta e partorire… Così, mentre tu nascevi, la mano di lei rimase bruciata!».

«Quindi ora le manca una mano?».

«No, aspetta, non ho finito. La donna si inginocchiò e si pentì della sua iniquità e del fatto di aver dubitato dell’onnipotenza del Signore, e chiese di non diventare un esempio per il suo popolo… Allora, ecco che la stessa ostetrica, notando che tu, appena nato, tendevi le mani verso di lei, esclamò: “Salome, Salome! Il Signore ti ha esaudito: accosta la tua mano al bambino e prendilo su, e te ne verrà salute e gioia”. Così, quella ti prese in braccio, e non appena ti ebbe sfiorato con la mano bruciata, guarì!».

«Ora sono ancora più curioso di incontrare questa donna!».

Così, i tre si aiutano l’un l’altro per preparare tutto e in men che non si dica, il pranzo e la tavola sono pronti. Arrivano prima Elisabetta, Zaccaria e Giovanni, festanti, e fanno gli auguri a Gesù:

«Caro nipote mio, auguri per il tuo dies natalis», dice a gran voce la zia.

«Zia, ma che fai, ti metti a parlare anche tu latino?».

«Per forza: ogni giorno sento tuo cugino Giovanni che ripete la lezione che vi insegnano a scuola, e piano piano la sto imparando anche io questa lingua straniera!».

Zaccaria prende una tavoletta e scrive: “Al mio nipote preferito, auguri per la ricorrenza del suo natale!».

Gesù legge ed esclama: «Grande zio! Quindi sono il tuo nipote preferito?».

L’altro fa di “sì” con la testa. Al che si intromette Giovanni:

«Per forza, sei l’unico nipote!». E poi abbraccia e bacia il cugino esclamando: «Auguri cugino! Auguri!».

Mentre i due ragazzini escono fuori a giocare, gli altri restano in casa ad attendere all’arrivo degli ultimi ospiti. Che non tardano ad arrivare. Infatti, pochi minuti più tardi, Gesù si precipita in casa ed esclama:

«Ma’, è venuta Salome con la sua famiglia!».

Un attimo dopo tutti sono in casa per le presentazioni, delle quali si incarica Giuseppe. Fatta conoscenza, Salome si rivolge a Gesù:

«Oggi è il tuo compleanno! Certo che è passato un bel po’ di tempo da quando sei nato. Sei diventato un bellissimo ragazzo!».

«Grazie!».

«Di certo tu non puoi ricordarti di me… ma io a te devo veramente tanto tanto…».

«Papà mi ha raccontato prima la tua storia…».

«Ho capito che il Signore è onnipotente e ogni cosa è in suo potere…».

«Bene. Questo è importante, poiché tu hai capito che non bisogna mai anteporre la propria volontà a quella del Signore, né mai dubitare della sua misericordia, o crede che egli non possa operare cose grandi per la nostra vita spirituale…».

In quella, Maria esclama: «Forza tutti a tavola!».

Gesù si siede per primo, nel posto centrale del tavolo. Al che Salome lo guarda e gli fa:

«Gesù, perché non fai sedere Giacomo e Giovanni uno alla tua destra e uno alla tua sinistra?».

«In questa circostanza di festa, ora che io sono con voi, qui e adesso, i tuoi figli possono sedere alla mia destra e alla mia sinistra, ma…», risponde Gesù, però non completa la frase.

«Ma?», chiedono un po’ tutti…

Proprio mentre Gesù sta per rispondere, Giovanni gli fa un cenno con la mano, come a dire: “Ci penso io” e parla rivolto a tutti:

 «Mio cugino sta per dire che, riguardo a questa richiesta, tutto vi sarà più chiaro tra una trentina di anni, vero?».

«Verissimo».

Allora, è Zebedeo a concludere: «Benissimo! Allora vorrà dire che da oggi, giorno del tuo compleanno, e per i prossimi trent’anni, noi saremo insieme a te, per scoprire come si conclude la frase che non hai completato oggi!».

E tutti scoppiano a ridere, cominciando il pranzo per il compleanno di Gesù, e gridando tutti insieme: “Auguri per il tuo natale, Gesù!”.

[Video] Incontro di Formazione sul SEO

Incontro del Dott. Sandro Cianfarani e dell’Ing. Riccardo Petricca

Incontro di Formazione sulle tecniche di ottimizzazione per i motori di ricerca (in lingua inglese Search Engine Optimization,  SEO)  tenuto a Sora per la Pastorale Digitale dal Dott. Sandro Cianfarani in data 15/12/2016.

https://www.youtube.com/watch?v=H5iWXBzDrMg&feature=youtu.be

Read More
Pastorale Digitale RI-CLICCA IL PRESEPE 2015 copertina

#CliccaIlPresepe… Mi piace e #condivido

Il concorso intende far emergere quanto la realizzazione del presepe rappresenti fede, tradizione, ma soprattutto l’unione all’interno delle associazioni, comunità parrocchiali e privati/famiglie che lo realizzano. Vuole essere uno strumento per valorizzare le belle realtà presenti nella nostra diocesi che, attraverso i nuovi media, si impegnano a testimoniare e diffondere la Parola di Dio.

REGOLAMENTO

Art. 1 La Pastorale digitale della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, nell’ambito delle festività Natalizie, indice il concorso denominato “#Clicca il presepe” – Mi piace e #Condivido!.

Art. 2 Oggetto del concorso è la realizzazione di un presepe interpretato attraverso una forma d’arte a scelta e può essere impiegato ogni specie di materiale.

Art. 3 Il presepe dovrà essere realizzato in chiesa (parrocchia, cappellanìa, oratorio o locale parrocchiale, …) dai vari gruppi parrocchiali, o confraternite, o associazioni o altro gruppo di fedeli, in accordo con il parroco, e da privati/famiglie/attività commerciali.

Art. 4 Sono istituite 4 sezioni/categorie di concorso: parrocchie, associazioni, privati/famiglie, attività commerciali.

Art. 5 La partecipazione al concorso è assolutamente gratuita.

Art. 6 I partecipanti al concorso devono far pervenire le  fotografie  del presepe realizzato, secondo le seguenti modalità:

  1. invio e-mail all’indirizzo:concorsi@pastoraledigitale.org dalle ore 00.01 del 23 dicembre 2016 alle ore59 dell’6 gennaio 2017 (Epifania del Signore)
  2. accompagnare le fotografie con una breve testo (min 100 – max 1.500 battute spazi inclusi) in cui si specifica il significato e il messaggio che si vuole trasmettere. Per le parrocchie e associazioni/movimenti dovrà, inoltre, essere riportato obbligatoriamente il nome della chiesa o sede in cui è realizzato il presepe, il Paese / Città, il nome del parroco o del referente dell’iniziativa, l’eventuale titolo del presepe/iniziativa. In caso di privati cittadini, dovrà, essere riportato obbligatoriamente il nome della famiglia o privato cittadino, luogo in cui è realizzato il presepe (il Paese / Città), l’eventuale titolo del presepe/iniziativa.
  3. Le immagini dovranno essere inviate in formato .jpg o .png e di qualità non inferiore a 800×600 pixel
  4. Dovranno essere inviate almeno due fotografie per ciascun presepe realizzato: una foto d’insieme, in cui si vede il contesto e una foto del presepe in primo piano. L’immagine principale deve essere nominata ‘Principale’ e sarà quella che verrà inserita in copertina e pubblicata su facebook ai fini del concorso e dovrà essere di dimensione 750×350 oppure 800×600
  5. Le immagini non dovranno superare 1Mb di dimensione
  6. Possono essere inviate anche più fotografie (per un massimo di 10 fotografie per ciascun presepe).
  7. Le immagini presentate dovranno essere esenti da manipolazione digitale (ad esclusione di opere di ritaglio e/o lieve modifica di parametri quali contrasto, luminosità etc)

Art. 7 Saranno ritenute valide solo le fotografie pervenute secondo le modalità espresse nell’articolo 6 del presente regolamento.

Art. 8 Le fotografie di ciascun presepe partecipante al concorso, saranno pubblicate sul sito internet diocesisora.it/pdigitale e votate sia sul sito che sulle pagine ufficiali di Facebook, Twitter, Instagram della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo a partire dalle ore 12.00 del 23 dicembre 2016 fino alle ore 23.59 dell’8 gennaio 2017.

Art. 9 E’ istituita un’apposita giuria che valuterà personalmente i presepi più cliccati per ciascuna sezione/categoria. A tal fine, alla data del 09 gennaio 2017 i primi 3 presepi più cliccati per ciascuna categoria saranno valutati dalla giuria che si recherà nel luogo in cui il presepe è stato realizzato.

Art. 9 Vincerà il concorso il presepe, di ciascuna categoria, che avrà ricevuto più “punti” dalla valutazione della giuria. I criteri specifici di valutazione saranno fissati dai componenti la giuria, nella prima riunione in cui si stimeranno i risultati della votazione web per decretare i presepi più cliccati per ciascuna categoria.

Art. 10 Ai tre presepi che avranno ricevuto più “punti” saranno assegnati dei premi. A tutti i partecipanti che interverranno alla cerimonia di premiazione sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

Art. 11 Le modalità di premiazione e la specifica dei premi, saranno comunicati in un secondo momento.

Art. 12 Ogni concorrente, partecipando al concorso inviando le foto nei modi sopra descritti, dichiara automaticamente di essere autore delle opere presentate e di detenerne tutti i diritti. Altresì ogni concorrente dichiara automaticamente di avere adempiuto a tutti gli obblighi previsti dalla normativa in materia di tutela del diritto all’immagine dei soggetti eventualmente ritratti. Gli organizzatori del concorso non possono essere ritenuti responsabili di controversie relative alla paternità delle immagini o di qualunque altra conseguenza legata alle immagini oggetto del concorso.

Art. 13 Partecipando al concorso, i concorrenti cedono tutti i diritti d’uso, di riproduzione e di eventuale rielaborazione delle opere presentate agli organizzatori del concorso che potranno esporle o utilizzarle a titolo gratuito per le proprie finalità, anche via internet, riportando il nome dell’autore dell’opera.

Art. 14  I dati personali forniti al momento dell’iscrizione al concorso verranno trattati secondo la legge sulla privacy D.lgs. 196/03.

Art. 15  I presepi verranno pubblicati in ordine di arrivo, farà fede la data/ora di invio della email all’indirizzo della pastorale digitale. Nel caso l’email non contenga tutte le informazioni necessarie di cui al all’articolo 6.2 non verrà considerata valida e la pastorale digitale si riserva il diritto di rispondere nei propri tempi per comunicare la mancata completezza delle informazioni e la mancata ammissione al concorso.

Art. 16 La Pastorale Digitale si riserva la possibilità di istituire premi speciali a presepi particolari (presepi viventi, presepi subacquei, presepi digitali…). In particolare si darà rilievo ad immagini della Sacra Famiglia in accordo con il tema pastorale dell’anno.

Art. 17 Per quant’altro non previsto e disciplinato dal presente Regolamento si rinvia alle inappellabili decisioni assunte, caso per caso, dalla Pastorale digitale della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.

Art. 18 La partecipazione al concorso comporta l’accettazione delle norme contenute nel presente regolamento.

Il team della Pastorale Digitale

Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo

Sora, 21 dicembre 2016

Read More
il-serpente-prudente

Il Serpente Prudente – Offerte Natalizie

n. 14 (19/12/2016)

“Offerte natalizie

Ormai Natale è alle porte, e, poco più in là, già si intravedono le luci del nuovo anno. Generalmente questo è il periodo dell’anno in cui si fanno bilanci e soprattutto si propongono le buone intenzioni. Infatti, si tirano le somme su quello che si è fatto nei mesi precedenti, e si gettano le basi per quello che si vorrà fare per i prossimi. Tuttavia quasi per tutti, né i bilanci appaiono particolarmente soddisfacenti, né le buone intenzioni riescono a superare il loro stato concretizzandosi poi realmente. In ogni caso, tutti perdono di vista il vero senso delle feste, che non dovrebbe essere quello di ripensare alle cose vecchie (i bilanci), o alle cose che verranno (i progetti futuri), quanto piuttosto quello di procurarsi occhi nuovi per poter guardare nel profondo delle cose, per poter mirare all’autenticità dei rapporti.

Per i cristiani il Natale dovrebbe essere un’occasione di incontro e di riflessione sulla Parola che si incarna e diventa umanità. Per i non cristiani, o quelli che tali si dicono giusto per salvare un certo perbenismo borghese, queste festività dovrebbero almeno essere un momento di riposo e di serenità. Invece, finiscono per essere, tanto per gli uni quanto per gli altri, giorni come tutti gli altri, con la sola differenza che si spende di più e si consuma di più, perché il sistema del lavoro ha concepito la “tredicesima” proprio per far girare di più l’economia e il denaro.

La tiritera, per la quale il Natale – al pari di qualsiasi altra ricorrenza del calendario – è diventata una festa consumistica e null’altro, è nota a tutti. Ed è proprio qui che i conti non tornano: se tutti sanno che il Natale ha perso il suo spirito di autenticità e a nessuno pare star bene che sia diventato quello che è diventato, perché nessuno fa niente affinché sia tutto come dovrebbe essere? Perché in fondo, a noi umani piace lamentarci delle cose che non ci stanno bene, ma poi alla fine ce le teniamo così come sono, un po’ per accidia, un po’ per comodo, un po’ per abitudine.

Così, anche se ne possediamo uno perfettamente funzionante, ci facciamo abbindolare dal Bruce Willis o dal Giorgio Panariello di turno e corriamo a comprare un nuovo smartphone, perché magari fa tendenza, o perché offrono una promozione che ci permette di risparmiare qualche centesimo al mese, o perché hanno fatto passare talmente tante volte il messaggio che sei non hai uno smartphone non sei nessuno e sei fuori dal mondo, che, se anche non ti piace o non ti serve, te lo compri ugualmente!

Più che in altre circostanze, i centri commerciali sono talmente affollati che bisogna veramente raccomandarsi a qualche santo per trovare un po’ di posto per parcheggiare. Le offerte natalizie non si contano: lo stesso prodotto che il 10 dicembre abbiamo pagato x euro ora costa qualche decina di centesimi in meno a patto che se ne comprimo due o tre pezzi.

Dentro i negozi ci vedi tanta di quella gente, che, in maniera piuttosto simile gli uni agli altri, riempie carrelli di ogni ben di Dio, e fa spese di ogni genere e di ogni importo, specialmente per quel che riguarda il cibo. Sì, perché se c’è una cosa che durante queste feste veramente non può mancare è il cibo, le grandi abbuffate. Ormai a far concorrenza alle feste in famiglie, è subentrata un’altra tradizione, quella cioè che i ristoranti organizzano dei grandi veglioni di Natale e di Capodanno, in cui si mangia, si balla, ci si diverte, tutti insieme, con gente delle quali neanche si conosce il nome.

In altre parole: le feste natalizie sono diventate un po’ il paradigma della nostra vita di tutti i giorni. Ci si lamenta che le cose “non sono più com’erano una volta”, senza muovere un dito affinché le cose tornino all’antico splendore (che poi come si fa a dire qual era lo spirito del Natale cento e più anni fa?); ci si affanna alla ricerca di un divertimento e di un finto benessere che sembrano dare più preoccupazioni che spensieratezza; ci si concentra su cose assolutamente non essenziali, perdendo di vista l’autenticità delle relazioni; ci si dedica all’effimero senza nemmeno lontanamente cogliere l’essenza delle cose.

Allora mi chiedo, se Natale dev’essere esattamente come tutti gli altri giorni, che senso ha festeggiarlo? Che senso ha colorare di rosso il numero 25 sul calendario, se poi ci si deve comportare esattamente con lo stesso spirito con cui ci si comporta il 19 luglio o il 3 marzo?

Cosa fare? Non ho questa risposta, e se anche l’avessi non so quanti, me compreso, avrebbero la volontà di metterla in pratica. Però, in Colossesi (2, 17) c’è scritto che le feste e i sabati sono l’ombra di cose a venire, cioè profezia di avvenimenti futuri. Questo vuol dire che i veri cristiani devono santificare le vere feste istituite da Dio (come del resto ha fatto anche Gesù nel suo cammino terreno).

Infatti, una festa si celebra, si santifica, non si trascorre come un giorno qualsiasi, facendo grosso modo le stesse cose che si fanno in tutti gli altri giorni dell’anno. Questo vale anche per le domeniche: tanti, anziché riposarsi e passare un giorno spensierato con amici e parenti, si mettono a fare lavori in casa, a fabbricare, a zappare, perché magari in settimana non ne hanno il tempo!

L’assenza del vero spirito del vivere la festa comporta una visione sfocata della volontà di Dio, e ovviamente comporta quello che dicevo all’inizio e cioè che poi alla fine nessuno è veramente contento.

Ciò detto, colgo l’occasione per porgere ai lettori di questa rubrica i miei auguri di un sereno e vero Natale e di un buon anno nuovo.

Il serpente prudente va in vacanza e tornerà, con la consueta periodicità settimanale, lunedì 2 gennaio.

Vincenzo Ruggiero Perrino