Category : Pastorale Digitale 2.0

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Supporto bici per smartphone da Choetech – LA NOSTRA RECENSIONE!

Durante una corsa in bici può capitare di dover utilizzare il nostro smartphone, per tenere traccia dello spazio percorso o più semplicemente per inviare un sms. Proprio per utenti di questo tipo Choetech ci porta un supporto per bici e moto dalle ottime caratteristiche! Vediamolo insieme!

Confezione e contenuto

La confezione è realizzata completamente in cartone di ottima fattura, i colori dominanti sono il blu in contrapposizione col bianco. All’interno troviamo solamente il prodotto e il manuale utente!712lfzihjel-_sl1500_

Come è realizzato e come funziona

Tutto il prodotto è realizzato in plastica di egregia fattura, sul retro troviamo il gancio che permette un aggancio sui manubri con diametro massimo di 35 mm mentre sul fronte due gommini il cui scopo è quello di evitare danni al dispositivo inserito e rendere lo stesso più stabile durante l’utilizzo.81yln26ljdl-_sl1500_ Lateralmente, sul fronte, troviamo due ganci mentre per ogni estremità ci sono 4 elastici che fungono molto bene per stabilizzare il tutto! Le dimensioni sono pari a 10,8 x 8 x 5,8 cm per un relativo peso di 159 gr. La compatibilità viene offerta e garantita con la maggior parte degli smartphone con dimensioni massime di 98 mm!81rrar-isl-_sl1500_

Conclusione

È passato un mese ormai dal momento in cui ho iniziato ad usare questo prodotto, e mi stupisce ogni giorno, funzionamento perfetto. Anche la rotella che consente l’inclinazione del supporto non ha riportato alcun problema nonostante i vari urti subiti! Vi consiglio di acquistarlo se necessitate di un prodotto di questo tipo; potete acquistarlo su Amazon al modico prezzo di €14,99 con possibilità di spedizione in un giorno per gli abbonati ad Amazon Prime!


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Rubinetto da cucina by Homitex – LA NOSTRA RECENSIONE!

Oggi sotto la nostra lente c’è un prodotto non propriamente Tech, anzi.. è rivolto principalmente ad altri scenari di utilizzo! Homitex ci ha portato un rubinetto elegante, dalle buone caratteristiche, scopriamolo!

Confezione e contenuto

La confezione è abbastanza pronunciata in lunghezza, essa è di cartone e sulla stessa vengono riportate alcune diciture che richiamano il prodotto contenuto. All’interno troviamo oltre alla varia manualistica, anche un filtro in ceramica che volendo si può apporre al rubinetto!

Caratteristiche e funzionamento

Questo prodotto vanta di uno spessore ridotto ma di una certa prevalenza verso l’alto, infatti le dimensioni sono pari a 41 x 11 x 4 cm per un relativo peso di 463 gr. 615ips6mmwl-_sl1500_Il design di questo prodotto è davvero moderno e su adatta perfetto anche a scenari molto eleganti, il corpo è realizzato in ottone solido, il quale rilascia un effetto simil-specchio, questo anche grazie ad una lavorazione di elettroplaccatura sulle superfici. La valvola è realizzata in ceramica ed ognuna di esse viene testata per garantire una longevità e qualità della stessa!71qhrydi17l-_sl1500_ Il prodotto infatti è molto resistente all’usura. Unico neo di questo rubinetto è la mancata presenza di un miscelatore, infatti la manopola regola solamente la portata dell’acqua e non la temperatura, la stessa portata risulta egregia.

Altro fattore plus che non è da trascurare è la possibilità di ruotarlo di 360°!61f9bhm5lhl-_sl1500_

Conclusione

Mi sono trovato molto bene durante l’utilizzo di questo prodotto, altamente consigliato per chi cerca un prodotto elegante, senza però tante pretese! Ci troviamo infatti davanti ad un rubinetto che si colloca su una classifica medio-bassa. Potete acquistare il prodotto su Amazon al prezzo in sconto di €29,99 con possibilità di spedizione in un giorno per gli abbonati prime!


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Carlo Acutis: il futuro “patrono di internet”?

Viviamo immersi in un reticolato di strade, fisiche e ideologiche. Il rischio di perdersi è sempre dietro l’angolo. Eppure, in mezzo a tale contesto disorganico, si eleva un’autostrada capace di portarci in Paradiso. È a disposizione di tutti, nessuno escluso.

Di questa “autostrada per il Cielo” ne è stato devoto precorritore in vita il giovane Carlo Acutis. A dieci anni dalla sua repentina scomparsa – avvenuta il 12 ottobre 2006 a causa di una leucemia fulminante – sono stati presentati oggi presso la Filmoteca Vaticana un docufilm e un volume su di lui.

L’incontro è stato introdotto da un spezzone del docufilm in cui interviene mons. Gianfranco Poma, parroco di Santa Maria Segreta, a Milano, la chiesa che frequentava quotidianamente Carlo per partecipare all’Eucarestia. Mons. Poma racconta di aver conosciuto il giovane all’interno della chiesa vuota, inginocchiato dinanzi al Tabernacolo. Avvicinatosi per chiedergli il motivo della sua devozione, si sentì rispondere da Carlo che l’adorazione eucaristica “mi consente di essere leggero per tutto ciò che la vita mi chiede”.

È dunque l’Eucarestia “l’autostrada per il Cielo” che Carlo ha percorso in modo leggiadro e solare lungo la sua giovane vita. Un concetto, quello di “autostrada per il Cielo”, che mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, ha definito nel suo intervento “straordinariamente teologico”.

Del resto – ha aggiunto – “l’Eucarestia è realmente, ogni volta che la celebriamo, una ‘autostrada per il Paradiso’”, perché ci consente di unirci al canto degli Angeli e dei Santi “sulla piazza d’oro” del Regno dei Cieli descritta nell’Apocalisse.

E non si tratta di speculazioni filosofiche, perché Carlo ci ha testimoniato – ha precisato Viganò – che l’Eucarestia è uno sacramento “per godere qui, nella nostra storia, la pienezza della vita eterna”.

Della testimonianza cristiana di Carlo se ne sono fatti interpreti Nicola Gori, giornalista presso L’Osservatore Romano, autore del libro “Un genio dell’informatica in cielo. Biografia di Carlo Acutis”, e Matteo Ceccarelli, regista del docufilm “La mia autostrada per il cielo – Carlo Acutis e l’Eucarestia”.

Quest’ultimo ha spiegato d’aver scoperto attraverso i racconti delle persone vicine a Carlo che “dentro questo ragazzo c’era qualcosa di straordinario”, una capacità fuori dal comune di trasmettere la fede e di “lasciare un segno negli sguardi e nelle vite” dei suoi coetanei.

Medesimo riscontro lo ha avuto anche Gori, il quale ha sottolineato d’esser rimasto colpito dalla fama e al contempo dalla semplicità di Carlo, che si declina in un modo di essere santo nelle piccole cose.

Quella che è la “santità del quotidiano” è un tema che è stato sviscerato anche da Giovanni Maria Vian, direttore de L’Osservatore Romano, che ha definito Carlo “un ragazzo dei nostri giorni, la cui storia non è astratta”, ma è “profondamente radicata nella realtà cittadina milanese”. Vian ha citato una serie di luoghi precipui dell’esistenza di questo Servo di Dio che sono patrimonio culturale d’ogni abitante odierno della città meneghina.

Secondo don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, che ha prodotto sia il libro sia il docufilm, Carlo Acutis rimanda all’esempio di San Domenico Savio, anche lui un ragazzo, distintosi per fede e carità, allievo di don Bosco e salito agli onori degli altari nel 1954.

Presenti in sala anche i genitori di Carlo Acutis. La mamma, la signora Antonia, è intervenuta al termine dell’incontro ed ha testimoniato che la devozione per suo figlio è diffusa in tutto il mondo e in modo così esteso da aver costretto la famiglia “a chiedere aiuto ad una segreteria per far fronte alle tante e-mail”. La signora Acutis ha poi spiegato che il 24 novembre ci sarà la chiusura del processo diocesano di beatificazione, dopo di che la causa passerà a Roma e – ha sospirato – “vedremo ciò che la provvidenza ci riserverà”.

A margine, un commento di mons. Vigano che trae spunto dalle eccezionali competenze informatiche di Carlo: “Non abbiamo il patrono di internet. Chissà se Carlo Acutis, per grazia di Dio, una volta diventato Beato, possa esser riconosciuto anche patrono di internet…”. Nel groviglio della Rete, d’altronde, è forte il bisogno di qualcuno che interceda per indicare “quella autostrada”.

Fonte: Zenit – Posted by Federico Cenci on 26 October, 2016

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SACRA FAMIGLIA – Episodio 10

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 10

Nazareth, anno 1 a. C.

Da un po’ di tempo le lezioni nella scuola che frequentano anche Giovanni e Gesù hanno previsto una novità. Infatti, oltre alla lingua greca, i ragazzi devono imparare la lingua latina, in ossequio agli usi e costumi dei nuovi occupanti la regione d’Israele.

«Ahé, io già non capivo niente di greco, ora devo mettermi a imparare pure il latino!», commenta Giovanni, una volta usciti, sulla strada di ritorno verso casa.

«Dai, alla fine come lingue si assomigliano pure un po’: tutte e due hanno le declinazioni, e in tutte e due si usano una serie di frasi costruite in modo particolare. Io penso che non sarà tanto diverso dallo studiare greco», replica Gesù.

«La fai facile tu! Intanto, saranno buoni due mesi che facciamo ‘sta roba e io ancora non riesco a distingue rosae genitivo da rosae dativo!».

«Per forza! Sei vuoi distinguere così è impossibile: praticamente è la stessa parola. Solo che ha un significato diverso a seconda della frase in cui si trova».

«Ma dico io: Erode che sta a fare? Non può andare dai romani e dire: “Cari signori, venite qui a fare i padroni, ma almeno lasciateci parlare come ci pare e piace”?».

«Seee, figurati se quello farà mai una cosa del genere. Erode, come del resto tutti i potenti, è simile ai farisei, che sta comodo nel suo palazzo e vuole i saluti nelle piazze, ma è simile anche ai dottori della legge che caricano gli uomini di pesi insopportabili, guardandosi però bene dal toccare quei pesi anche solo con un dito!».

«Sono certo, che prima o poi, quell’uomo mi farà perdere la testa!», aggiunge Giovanni.

«Comunque, io credo che il popolo non sia tanto preoccupato per la questione della lingua latina… Capirai, ce li vedi tu gli anziani di Nazareth a parlare con rosa rosae, o con l’ablativo assoluto?», riprende Gesù.

«E di cosa, allora?».

«Del fatto, che i romani pretenderanno il pagamento di tasse sempre più alte… Di fronte al dio mammona, non c’è rosa rosae che tenga!».

«Già».

I due ragazzi attraversano la strada centrale del paese, per proseguire poi verso la periferia, e quindi verso casa. Facendo quella via, è necessario passare per la piazza del mercato, che, vista l’ora, sarà ancora in fermento, con venditori e clienti venuti dai dintorni per concludere qualche buon affare.

«Sbrighiamoci che è tardi ed ho una gran fame!», dice Giovanni.

«Aspetta un secondo…», dice Gesù, che con la coda dell’occhio ha notato qualcosa.

Infatti, non molto lontano da dove sono i due cugini, un paio di soldati romani stanno animatamente discutendo con un uomo, che a sua volta replica a gran voce a quanto gli dicono i due.

«Andiamo a vedere che sta succedendo laggiù», propone Gesù.

«Ma che ti importa?».

«Giovanni Giovanni, mi importa eccome…», dice quello, scuotendo la testa, e poi prosegue, iniziando a dire: «Ti sarà…».

Ma è l’altro cugino a terminare la frase: «… tutto più chiaro tra una trentina di anni… Ho capito. Andiamo a vedere, ma giusto due minuti e poi torniamo a casa, che ho fame!».

Così, i due si avvicinano al banco, dove, come di consueto accade si è fatto un capannello di persone, curiose di capire il motivo di quella disputa.

La pattuglia di soldati è formata da un uomo all’apparenza più grande di età dell’altro; dagli occhi intelligenti ma un po’ spenti; sembra avere molta autorevolezza; è chiaro che, tra i due, il “capo” sia lui. L’altro è poco più di un ragazzo; infatti ha una barbetta appena accennata; e sostanzialmente si limita ad eseguire le cose che gli vengono ordinate dal suo superiore, o, al più, ripete a gran voce quello che il comandante dice all’uomo del mercato.

«Per Giove! Vuoi capire che bisogna pagare la tassa annonaria, per stare qui al mercato?».

«Centurione, ma lo vuoi capire che ti ho dato praticamente tutto il guadagno che ho fatto oggi? Lo vedi anche tu che non ho più nemmeno uno spicciolo!».

«Voi ebrei vi credete furbi!».

«Ma no! Guarda», fa l’uomo rivoltando l’interno di un sacchetto, «nella mia borsa non c’è più nulla».

«Ehi Lucrezio, hai capito questo zoticone? Vuol prendersi gioco dei soldati di Roma! Ah ah ah!».

Il soldato più giovane ride anch’egli alle parole del centurione, e poi soggiunge: «Centurione, scommettiamo che costui nasconde i suoi soldi, sotto la sua veste?».

E, sguainata la spada, con un colpo taglia la cordicella che teneva legata la veste del venditore del mercato, che si apre; da una tasca nascosta cadono fuori un po’ di monete; mentre tutti i presenti in coro commentano con un “oh!” di sorpresa.

«Visto?».

«Potremmo arrestarti e farti condannare a morte per questo, lo sai?», dice il centurione.

Il venditore resta in silenzio a testa bassa. Allora, Gesù richiama l’attenzione di tutti dicendo:

«Ehi, centurione!».

Giovanni cerca di fermarlo: «Ma sei impazzito tutto in una volta? Che fai?».

«Aspè, lasciami dire!», e si avvicina al centurione.

Quello si volta verso il ragazzo: «Cosa vuoi tu, ragazzino?».

«Solo chiederti come ti chiami».

Il centurione resta un po’ interdetto, ma poi decide che può soddisfare la curiosità del ragazzo:

«Il mio nome è Ponzio Pilato. E tu, come ti chiami?».

«Io sono Gesù, e questo è mio cugino Giovanni».

«Volevi dirmi qualcos’altro?».

«Sì. Posso vedere una moneta di quelle che sono cadute di tasca al venditore disonesto?».

«Eccola».

Gesù prende la moneta e ne guarda entrambe le facce. Poi chiede ancora:

«Chi è questo qui che è ritratto sulla moneta?».

«Come chi è? È l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto! Tu che sei un ragazzo non puoi sapere che Augusto è il padrone di gran parte del mondo, e a lui è necessario pagare i tributi».

«Infatti, io non metto in dubbio che sia giusto pagare i tributi…».

Allora il centurione Pilato si rivolge alla folla: «Avete sentito, bifolchi? Finanche un ragazzino l’ha capito che è giusto pagare i tributi…».

«Aspetta, non ho finito di dire», fa notare Gesù, e poi continua: «è giusto pagare i tributi, ma sarebbe anche giusto che con i soldi dei tributi i padroni del mondo facessero cose per il bene di tutto il popolo, no?».

«Augusto sa cosa fare dei soldi dei tributi!».

«Lo spero… Ma non sempre i potenti di turno usano in modo onesto e giusto i soldi che il popolo paga come tasse. Anzi, il più delle volte quei soldi servono soltanto a garantire loro maggiori agi e più vizi. Mentre il popolo non ha neanche il minimo necessario…».

«Il minimo necessario? Ma tu hai visto cosa ha fatto costui? Ha solo finto di non avere soldi, in realtà li aveva nascosti per non pagare il dovuto!».

«Infatti: ho detto che i governanti non devono esigere troppo, e quello che ottengono lo dovrebbero usare per fare opere per il bene di tutti; il popolo deve dare quello che è stabilito dare, senza truccare i guadagni, o aumentare a loro volta i prezzi per non perdere il loro ricavo!».

«Caro ragazzo, io sono centurione in questa zona da un po’ di tempo…», continua Pilato, ma viene interrotto da Lucrezio che si intromette nel discorso:

«Ma noi faremo carriera. Lui sicuramente un giorno diventerà il governatore di qualche regione di qui. Che so, la Galilea e la Giudea… Io spero di prendere il suo posto come centurione!».

«Lucrezio! Non interrompere il tuo superiore», lo rimprovera Pilato: «Dicevo, ragazzo, io sono centurione in questa zona da un po’ di tempo e ti posso garantire che le cose non sono mai andate come dici tu, e probabilmente anche tra duemila anni andranno ancora così, con i potenti che tiranneggiano il popolo, e il resto del popolo impegnato in una guerra tra poveri, per garantirsi il minimo indispensabile per vivere».

«Beh, il tuo collega ha detto che sicuramente un giorno tu diventerai governatore. Almeno tu, come governatore potrai fare diversamente dagli altri».

«Quando, e soprattutto se, diventerò governatore, io continuerò ad essere fedele all’imperatore… È il mio compito…», dice Pilato perentoriamente.

«Sai bene che non è questa la verità…».

«Quid est veritas?», chiede in latino Pilato, presumendo che il ragazzo non possa intenderlo.

«Est vir qui adest», gli replica Gesù, lasciando sorpreso e pensieroso il suo interlocutore.

Giovanni richiama l’attenzione del cugino: «Sarebbe ora di andare».

«Sì, andiamo».

Così, i due cugini si dirigono verso casa, mentre Pilato e Lucrezio finiscono di rimproverare il venditore disonesto.

«Pensi davvero che quel centurione un giorno diventerà governatore di questa zona?», chiede Giovanni.

«Probabilmente sì, così come l’altro, facendo carriera, da soldato semplice diventerà centurione… Ma del resto, queste cose ci saranno molto più chiare tra una trentina di anni…».

«Ancora con questa storia?».

«Facciamo una corsa verso casa. Chi arriva secondo paga pegno».

E, correndo correndo, i due cugini ritornano verso casa.

 [ottobre 2016]

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Il Serpente Prudente – Tutto è bello, tutto è buono

n . 6 (24/10/2016)

Tutto è bello, tutto è buono

Qualche settimana fa, scrivendo riguardo all’uso distorto che spesso si fa delle parole, concludevo dicendo che una pericolosa caratteristica del comportamento degli uomini e delle donne di questi decenni tristi e vuoti è il buonismo. O, se si vuol dirlo all’inglese, che fa più tendenza, del politically correct.

In questi giorni ho riflettuto meglio, giungendo alla conclusione che bisogna fare chiarezza su un punto: il buonismo, la correttezza ostentata e vacua, la riverenza formale verso regole che per “tradizione” si pretende osservare superficialmente senza “vivere” nella sostanza quello che si professa con le chiacchiere, sono sempre stati caratteristiche degli uomini di tutti i tempi.

Il gioco in fondo è piuttosto semplice: si stabilisce una regola, che magari inizialmente può anche avere un contenuto sostanziale utile alla felicità degli uomini; con il passare del tempo, l’osservanza della regola data (che non è mai, da che mondo è mondo, un’osservanza uguale per tutti: ci sono sempre stati quelli che si ritenevano o venivano ritenuti al di sopra della regola che essi stessi avevano formulato), venendo meno lo spirito iniziale, finiva per diventare un vuoto esercizio di stile; nella sostanza il reale intendimento di chi osserva la regola è quello di fare probabilmente l’esatto contrario, o comunque disattendere quello che la regola stessa dice.

Ce ne offre un clamoroso esempio Marco, quando racconta (7, 1-13) che, radunatisi intorno a Gesù un po’ di farisei e di scribi venuti da Gerusalemme, gli chiedevano conto del perché i discepoli si permettevano di prendere cibo con mani non lavate.

La risposta di Gesù spiattella a quegli ipocriti come stanno le cose: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Gesù, inoltre, riferisce anche che cose simili accadevano già al tempo di Isaia, e cioè ottocento anni prima della sua venuta in terra. Infatti, il profeta scriveva che il popolo onora Dio con le labbra, ma non con il cuore, poiché insegnavano dottrine che sono precetti di uomini.

Quindi, l’apparenza priva di sostanza (o, peggio, diametralmente opposta alla sostanza), quel dire bene di tutto e tutti finché ci torna comodo e tutti gli altri fanno altrettanto con noi altri, tipico comportamento di oggi, in realtà non è un’esclusiva dell’oggi, ma ha da sempre connotato il comportamento umano.

Tuttavia, tipico dell’oggi è un corollario a quell’ipocrita buonismo in voga già ai tempi di Isaia. Infatti, oggi non soltanto si tende a mascherare le proprie reali intenzioni con la vuota e meschina osservanza di precetti a cui non seguono i fatti (siano anche quelli della più semplice “buona educazione”), ma addirittura siamo arrivati a ritenere qualsiasi precetto buono e giusto, anche quelli che sono in aperta contraddizione con quelli che si pretende osservare.

In nome di una coesistenza pacifica – che è tale solo nella testa di chi la enuncia – si pensa che ogni cosa sia bella, buona e giusta, in un continuo relativismo delle proprie idee, le quali vengono continuamente revisionate alla luce dei casi della vita. Invece, dovrebbe essere l’esatto contrario: se sono fermamente convinto di una mia idea, cerco di fare in modo che la mia vita vada secondo la mia idea, e non che la mia idea si adatti alla vita che altri vogliono impormi!

Invece, per tanti, sotto qualsiasi bandiera ideologica e religiosa, spesso quella ideologia e quella religione possono tranquillamente subire una lieve modifica, una lieve aggiustatura per funzionare in qualsiasi circostanza imposta dalla storia e dal tempo.

Prendiamo il comunismo cinese: i dirigenti del P.C.C. mica dicono “applichiamo il Capitale di Marx e collettivizziamo i redditi di affaristi senza scrupoli che in nome del dio denaro sfruttano operai e contadini”. No, per non cedere ai loro privilegi di casta, preferiscono dire: “il Capitale di Marx è il nostro credo; operai, contadini, soldati e studenti, uomini e donne sono tutti uguali, ma arricchirsi è glorioso”.

Prendiamo il fondamentalisti dell’ISIS: nel Corano (5, 32), in un contesto in cui si ammoniscono i nemici di Allah (in sostanza i politeisti e gli ebrei), si scrive: “Chiunque uccida un uomo (islamico), sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità”. I fondamentalisti, che dovrebbero combattere i nemici di Allah e del Suo Messaggero, invece in nome di Allah, non si tirano indietro a scannare anche i loro stessi compagni di fede, che è una cosa di tale assurdità che veramente dovrebbe scendere Allah dal cielo e incenerirli.

Prendiamo i cattolici: per almeno quarant’anni al governo italiano c’è stato saldamente e con poteri quasi assoluti un partito che professava idee cristiane. È evidente che il consenso quasi assoluto che quel partito riscuoteva ad ogni elezione veniva per forza di cosa dal mondo cattolico. Eppure nel momento in cui tributavano il maggior successo elettorale, quegli stessi elettori cattolici non seppero essere coerenti con le proprie idee andando a votare favorevolmente tanto al referendum sull’aborto che a quello sul divorzio.

Il concetto di “tradizione” è sempre ambiguo; apparentemente si riferisce al passato, in realtà è sempre una creazione retrospettiva: chiamiamo infatti tradizione ciò che possiamo agevolmente cambiare quando cambia il vento, o quando ci viene più comodo osservarne un’altra di tradizione…

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Giullari e menestrelli

5 (17/10/2016)

Giullari e menestrelli

Mentre nella gaia repubblichetta ci si trastulla se votare “no” oppure “sì” ad un referendum, il dibattito sul quale assomiglia sempre più ad una sceneggiata di quart’ordine, quasi fosse un modo per sviare l’attenzione da più gravi e serie questioni (una su tutte la sicurezza delle persone nelle zone a rischio terremoti), la settimana è stata caratterizzata da due notizie, per un certo verso speculari: la morte di Dario Fo e il premio Nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan.

I giornali italiani, che normalmente si beano di queste trovate fataliste, hanno visto nel duplice accadimento una sorta di passaggio di testimone del premio più ambito del mondo da un vecchio giullare ad un altrettanto vecchio menestrello. Entrambi, però, artisti non solo di gran fama, ma anche artisti veri, genuini e coerenti con l’idea di arte fino al punto di reinventarsi ogni volta, ad ogni spettacolo e ad ogni concerto.

La morte del nostro Fo – uomo di teatro (e non solo) dalla lunghissima carriera, che ha attraversato praticamente tutto il Novecento e oltre, cercando di spiegare a sé e agli altri tutte le grandi e piccole contraddizioni politiche, sociali ed estetiche del mondo – ha dato luogo alla consueta ridda di commenti di quelli che si credono ben informati, o di quelli che finalmente, non potendo più replicare il diretto interessato, possono togliersi il sassolino dalla scarpa.

Tra questi ultimi come non ricordare almeno il commento di “ser” Renato da Venezia (parliamo di Brunetta, che sembra un personaggio uscito da qualche novella di Boccaccio, per quanto è irreale), già incredibile ministro di qualche governo di un’altra assurdità politica chiamata Berlusconi, che non ha trovato niente di meglio da dire che «Con me è stato razzista per via della mia altezza».

Ora: prescindendo che la considerazione sull’altezza è nient’altro che la verità, io credo che il piccolo (e non mi riferisco all’altezza) Brunetta avrebbe dovuto, da vero uomo quale vuol far credere di essere, affrontare la questione del presunto razzismo di Fo, quando questi era ancora vivo, chiederne le ragioni, pretendere spiegazioni ed eventualmente le scuse. Troppo comodo tirare fuori la questione adesso che quell’altro non può più sbeffeggiarlo (come sempre Fo faceva con gli ometti del potere).

Sul versante dei ben informati, come sempre accade quando scompare una persona nota, ecco che tutti escono allo scoperto, tutti a dichiararsi compagni da una vita, tutti pronti a raccontare aneddoti di tanto tempo fa, poco importa se veri o meno, in una celebrazione del defunto che è esattamente quello che la gente vuole sempre: non la verità, ma una versione tranquillizzante della verità.

Tutti a fare gli amiconi di una persona che, dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta, è stata osteggiata finanche da quelli della sua stessa parte politica, probabilmente perché troppo coerente nei fatti con le idee che professava. Ben ha detto il figlio Jacopo che in vita lo hanno ostacolato in tutti i modi e ora da morto tutti vogliono celebrarlo. Probabilmente le uniche persone che hanno tutti il diritto di dirsi “amici” di Fo sono la gente comune, quelli che erano operai negli anni Settanta, e che andavano a vedere i suoi spettacoli, partecipando attivamente per cambiare in meglio la società.

Sorprendentemente (si fa per dire), nessun giornale ha riportato nemmeno una parola di qualche storico del teatro, che di Fo conosce veramente il percorso di vita e di arte. Tutti hanno scritto le solite cose trite e ritrite sulle origini del suo teatro dai racconti dei fabulatori, sul suo impegno politico da vero comunista (non come tanti che lo erano solo per apparire contro, senza veramente esserlo), il suo essere stato ostracizzato dalla Rai democristiana.

Poteva essere invece più utile spiegare, giacché pochi lo sanno, perché il suo modo di fare teatro è stato tanto importante da meritargli il premio Nobel, e spiegare che in fondo parlare di giullare e di menestrello è sostanzialmente la stessa cosa. Mentre, appare evidente anche ad un cieco che Dario Fo (il giullare) e Bob Dylan (il menestrello) non potrebbero essere più diversi!

E veniamo alla seconda questione: il premio Nobel per la letteratura assegnato ad un cantautore. Alcuni sono stati d’accordo altri no, come è normale e come era accaduto anche nel 1997 in occasione del conferimento del premio a Fo. «Che c’entra un uomo di teatro con la letteratura?», fu detto. E oggi: «Che c’entra un cantautore con la letteratura?».

Premesso che a porre la questione non sono tanto gli autori americani (alcuni dei quali, anzi, si sono galantemente congratulati con il “collega” Dylan), bensì soprattutto scrittori italiani (l’unico in odore di Nobel, Sebastiano Vassalli, è purtroppo deceduto qualche tempo fa, lasciando a scornarsi un gruppetto di modesti raccontatori provincialotti che in Svezia probabilmente non sanno nemmeno che esistono), in fondo guardando all’antichità, poesia, musica, declamazione scenica e danza erano manifestazioni di un’unica ispirazione di natura divina.

Abbiamo numerose testimonianze che attestano che i versi venivano spesso accompagnati da musica, venivano spesso recitati a teatro a guisa di monologhi, venivano spesso arricchiti da movimenti coreografici. Quindi, Dylan (che oltretutto era nella lista dei papabili da diversi anni), cantando i suoi versi, effettivamente non fa altro che rinverdire una tradizione plurimillenaria.

Il punto semmai è un altro. Il premio Nobel della letteratura, secondo le volontà testamentarie del suo istitutore, dovrebbe essere assegnato ha chi abbia “prodotto il lavoro di tendenza idealistica più notevole”: si parla di “lavoro” non di “libro”. Perciò, da un punto squisitamente giuridico bene fa l’Accademia di Svezia a premiare anche chi usa altri tipi di scrittura che non siano quelli tradizionali della narrativa. Perché non premiare chi scrive con le immagini, con i disegni, con i colori?

Tuttavia, il premio andrebbe assegnato a qualcuno meno attempato, per permettergli con i soldi del premio di continare a ricercare nuove forme espressive. Dylan ha 75 anni, e il meglio della sua genialità compositiva lo ha già dato da tempo. Perciò, se proprio non si poteva fare a meno di polemizzare con questo premio, si sarebbe dovuto piuttosto puntare il dito sul fatto che il premio Nobel (un po’ come l’Oscar speciale per il cinema) è da tempo diventato un premio alla carriera e non alla produzione del lavoro di tendenza idealistica più notevole.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – La decima beatitudine

n. 4 (10/10/2016)

La decima beatitudine

Basta fare zapping in televisione – e ora la “magnifica” invenzione del digitale terrestre mette a disposizione anche dei più pigri ricercatori di novità catodiche centinaia di canali – per accorgersi che tra le proposte più gettonate (escludendo le decine di programmi in cui si pretende di insegnare a tutti come si cucina) ci sono quei talk show nei quali, in un salotto più o meno arredato con gusto pacchiano, si discute e si discetta di qualsiasi cosa, dai gravi accadimenti dell’attualità alle più ignobili frivolezze.

Non che la cosa sia recente: già nei gloriosi anni Ottanta qualcuno aveva ben pensato che gli italiani, popolo accidioso per eccellenza, avessero bisogno di opinionisti che gli dicessero come andava il mondo, e quali erano, appunto, le opinioni da avere su questo o quell’accadimento. Quando invece bisognava insegnare al popolo il modo per farsi delle opinioni da sé, ma questa è un’altra storia…

E la cosa, in effetti, ha funzionato egregiamente, se pensiamo alla devastazione culturale, morale e sociale in cui viviamo, e se pensiamo che quei salottini pieni di sfaccendati finto-intellettualoidi sono aumentati esponenzialmente, e sono disponibili su qualsiasi canale, in qualsiasi giorno, a qualsiasi ora. E tra questi tuttologi si annoverano personalità in ogni campo dello scibile umano: dalle scienze alla filosofia, dalla letteratura all’ecologia, dall’arte allo sport, senza escludere (anzi privilegiando) la politica e la morale.

Siamo al cospetto di gente che crede di sapere tutto e quindi su tutto pontifica, e guai a dubitare della loro verità. È grazie a costoro che sappiamo quanto lustro possono portare alla republichetta nostrana alcune opere pubbliche che anche l’uomo di Neanderthal avrebbe giudicato completamente inutili. È grazie a costoro che abbiamo imparato quanto sia importante individuare se un calciatore si trova davvero in fuorigioco e quindi se l’arbitro ha fatto bene o meno a dare per buono un gol. Ed è sempre grazie a questi galantuomini dell’intelletto che sappiamo che sì, ci si può definire credenti, ma si può al contempo essere “non praticanti” (che è una cosa balorda tanto quanto dire “ho fame, ma non mangio”).

Insomma, siamo nell’epoca in cui tutti sanno tutto e possono parlare di tutto, specie in televisione (ma la cosa, mutatis mutandis, vale per qualsiasi consesso umano). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un relativismo in cui tutto è permesso, anche dire che i maschi non sono più maschi e le femmine non sono più femmine, che la legge la possiamo cambiare a piacimento e a convenienza, che quelli che ci sparano addosso in metropolitana commettono atrocità inqualificabili, ma noi siamo unti dal Signore se andiamo a bombardare i loro bambini e le loro donne.

L’Italia, e in maniera magari un po’ più diluita il resto del mondo, sono oppressi da una cappa di voci e parole che si incontrano e si scontrano quotidianamente, creando nient’altro che una cacofonia inutile a risolvere alcunché.

L’occasione che la maggior parte delle persone perde ogni giorno, supponendo che la propria opinione sia indispensabili agli altri, è solo quella di restare zitti. Invece, la banalizzazione operata dalla televisione e dalla strisciante sottocultura del niente ha convinto che tutti siano in grado di pensare e parlare su tutto. Niente di più sbagliato.

Si veda, per esempio, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump. Prescindendo dalla cordiale antipatia che la sua stessa tozzezza fisica comunica, probabilmente Trump è la persona meno indicata a guidare un Paese come gli USA, proprio perché è figlio della cultura, volgarmente e meschinamente piccoloborghese, per la quale basta aver messo da parte un po’ di soldi (e, per una inconfutabile regola non scritta, chi accumula tanto denaro lo fa sempre perché ha capito come farsi amici con la disonesta fortuna), per cui automaticamente si è diventati capaci, intelligenti e sapienti.

Invece, basta vedere le sue deliranti e oltraggiose dichiarazioni contro le donne, tanto squallide da far prendere le distanze anche dal suo stesso vice, per capire che Trump è nient’altro che un miserabile parvenu a cui io personalmente non affiderei nemmeno l’amministrazione di un condominio, figurarsi quella degli Stati Uniti!

È appena il caso di aggiungere che Trump, ovviamente, non è il solo. La stragrande maggioranza dei nostri stessi parlamentari si pongono sulla sua medesima falsariga: incapaci, indifendibili, orrendamente incolti.

Uno dei poeti cinematografici che la smemorata e ingrata Italia ha relegato nell’oblio, Federico Fellini, concludeva il suo ultimo film La voce della luna (1989) con la frase: «Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire».

Qualche tempo prima, un grande ingegno tardo-ottocentesco, Oscar Wilde, scriveva con il suo sferzante sarcasmo: «Beati quelli che non hanno niente da dire, e nonostante questo restano in silenzio».

Mi piace pensare che quando Giovanni scrisse l’ottavo capitolo dell’Apocalisse, in cui annota che «si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora», voleva ricordare ai suoi allocutori proprio quest’inedita “decima beatitudine”, che Gesù tra le righe suggerisce con tutta la sua predicazione: l’umiltà di rimanere in silenzio, perché spesso le cose che si dicono con tanta saccenza non fanno altro che creare divisione e regresso tra gli uomini.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Il Serpente Prudente – Questione di parole

n. 3 (03/10/2016)

Questione di parole

Si sa, l’epoca in cui viviamo è quella del buonismo trionfante. Differenza non da poco, anziché “buoni” siamo diventati “buonisti”. Il che è una cosa alquanto pericolosa, perché sotto la patina di lezioso perbenismo, con la quale copriamo ogni nostro comportamento verso il prossimo, si celano il più delle volte intenzioni e pensieri che vanno nella direzione esattamente opposta a quella che manifestiamo a parole.

Le parole: appunto quelle sono la spia più evidente del buonismo più deleterio. Per dare ad intendere che oggi le donne sono pari agli uomini, abbiamo “femminilizzato” una serie di parole che qualsiasi vocabolario riporta unicamente come sostantivi maschili. Un esempio su tutti: “sindaco” è la parola per indicare il primo cittadino di un comune, tanto se sia egli un uomo, quanto se sia ella una donna. Invece, a Roma, per darle maggiore dignità ed enfasi, ci siamo inventati la “sindaca”.

La stessa cosa accade, per fare un altro esempio, nelle aule dei tribunali, dove sono magicamente apparse le “avvocatesse”, che contendono il ruolo agli “avvocati”. Fortuna vuole che ci siano parole che terminano con la “e” (per esempio: giudice), per le quali sarebbe più arduo fare un distinguo tra maschile (che di solito termina per “o”) e femminile (generalmente finente con “a”). Altre, pur essendo maschili, terminano per “a” (per esempio: commercialista).  Tuttavia, è alquanto strano che nessuno ancora abbia pensato che un medico donna possa essere indicato come “medica”. E mi chiedo quali parole dovranno essere inventate per indicare i professionisti di tutti gli altri “generi” che si profilano all’orizzonte…

Come se poi, chiamare “sindaca” un sindaco donna, o “avvocatessa” un avvocato donna, conferisse alle suddette capacità ulteriori, che invece il sostantivo maschile non possa dare loro, o le facesse diventare persone migliori, più buone… Come se basta cambiare una “o” in “a”, perché ci si comporti effettivamente e sostanzialmente nei confronti di una donna nello stesso modo in cui ci si comporta nei confronti di un uomo.

Invece, come accennavamo all’inizio, la questione delle parole serve unicamente a mascherare la realtà dei fatti: e cioè che le donne, pur essendo sancita quella parità che troviamo scritta in qualsiasi legge o provvedimento amministrativo italiano (anzi mondiale), non sono uguali agli uomini né lo saranno mai. E non si tratta soltanto del comportamento che si ha generalmente nei loro confronti, con atteggiamenti spesso di noncuranza, quando non di aperto vilipendio della loro dignità. Le donne hanno qualità e capacità in tutto e per tutto simili a quelle dei maschi, e ne hanno altre del tutto diverse; così come sono mancanti di qualità e capacità che invece sono patrimonio esclusivo degli uomini.

E questo è ciò che le femministe di ogni tempo non hanno mai voluto capire: uomini e donne possono anche essere uguali per certe cose, ma per tutt’altre cose sono profondamente diversi, e non basta certo scrivere su qualche atto normativo che “siamo tutti uguali” o inventarsi assurdi neologismi femminilizzati, perché di colpo quella fandonia diventa verità.

Tuttavia, basterebbe far cadere la pellicola di buonismo con cui rivestiamo il nostro abituale atteggiamento, e comportarsi semplicemente bene verso chiunque, maschio o femmina che sia, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di andar sbandierando a destra e sinistra che siamo tutti uguali!

Ma la questione delle parole non si esaurisce certo in un semplice procedimento di maschili e femminili in chiave buonista. Nella nostra gaia repubblichetta, siamo riusciti a confutare perfino Aristotele, che sosteneva che “la forma è sostanza”. Invece, da noi si cambia forma, spesso anche drasticamente, pur di lasciare sempre inalterata la sostanza. Cambiamo nomi alle cose, affinché esse restino esattamente quelle che sono (e garantiscano i privilegi che garantivano quando le chiamavamo in tutt’altro modo). È evidente che chiamare “operatore ecologico” uno spazzino, all’interessato non conferisce certo maggiore dignità professionale, né alla pubblica spesa comporta un alleggerimento, eppure vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi chiamare in quel modo, mentre si raccoglie l’immondizia di incivili cittadini?

In questa chiave vanno lette anche tutta una serie di presunte riforme (che lasciano nella sostanza sempre tutto inalterato), come quella – tra le più recenti e meno all’evidenza dell’opinione pubblica – di sciogliere il Corpo Forestale dello Stato e farne trasmigrare gli appartenenti tra i carabinieri. Sorvolando sull’assurdità tutta italiana della miriade di corpi militari (o paramilitari) che abbiamo (dove tutti fanno tutto, con la pirandelliana conseguenza che nessuno fa niente, o quasi), che senso ha cambiare nome alle guardie forestali e chiamarle carabinieri?

Egli ex-forestali continueranno a svolgere le medesime mansioni di prima, soltanto smettendo le divise grigioverdi e indossando quelle nere con i pantaloni bordati di rosso. Dove sarebbe il tanto sbandierato risparmio, se poi quelli devono prendere ugualmente il loro stipendio (magari con qualche indennità maggiorata)? Anzi per assurdo ci sarebbe un aggravio di spesa, se non altro perché bisognerà comprare a tutti gli ex-forestali le divise nuove da carabinieri!

Dunque, le parole sono importanti, e bisogna saperle usare nel modo giusto. Ecco perché torna utile ricordare il sacrosanto ammonimento di Gesù, ricordato in Matteo 5, 37: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», che poi, è il parlare di chi si comporta da “buono” e non da “buonista”, comportamento che spesso cela effettivamente intenzioni maligne.

Vincenzo Ruggiero Perrino