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Udienza generale di Papa Francesco

Un nuovo Dicastero nella Chiesa: la “Segreteria per la Comunicazione”

Entra in vigore il 1° ottobre prossimo il nuovo Statuto con il quale Papa Francesco avvia la riforma delle comunicazioni sociali della Chiesa costituendo un nuovo Dicastero, la “Segreteria per la Comunicazione” che raggrupperà tutti gli Organismi finora attivi nei vari campi della comunicazione vaticana. Le premesse per questa “rivoluzione” Francesco le aveva messe già lo scorso anno con il Motu proprio “L’attuale contesto comunicativo” (27.06.2015) in cui preannunciava il riordino e la nuova conformazione delle comunicazioni nella Chiesa. E lo aveva fatto “dopo aver esaminato relazioni e studi, e ricevuto di recente lo studio di fattibilità, sentito il parere unanime del Consiglio dei Cardinali”. Non è un ghiribizzo, dunque, non è una decisione estemporanea, ma meditata e frutto di discernimento e consultazione di un Papa determinato.

Lo scorso 22 settembre è stato pubblicato lo “Statuto”,  approvato ad experimentum per tre anni, che regola il nuovo Dicastero, e formato di 5 capitoli e 19 articoli, l’ultimo dei quali è una norma transitoria, atta ad accompagnare il necessario tempo di riorganizzazione e di confluenza nell’unico corpo, di diversi Organismi: Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali; Sala Stampa della Santa Sede; Servizio Internet Vaticano; Radio Vaticana; Centro Televisivo Vaticano; L’Osservatore Romano; Tipografia Vaticana; Servizio Fotografico; Libreria Editrice Vaticana. C’è, in questo elenco, tutta la storia della comunicazione vaticana, da quel lontanissimo 12 febbraio 1931, in cui Papa Pio XI, valendosi della “mirabile invenzione” di Guglielmo Marconi, indirizzò per la prima volta un radiomessaggio, preannuncio di Radio Vaticana, alle prime Commissioni istituite per “consulenza e revisione ecclesiastica dei films a soggetto religioso o morale” (1948) alla  Pontificia Commissione per il cinema, la radio e la televisione (1954), alle novità portate dal Concilio Vaticano II col documento Communio et progressio (1971) e, dal 1967, con la “Giornata mondiale delle comunicazioni sociali”, fino alle attuali modalità comunicative digitali. Sempre la Chiesa ha avuto un occhio attento a queste “meravigliose invenzioni tecniche”, come le chiamava già nel 1957 nell’ Enciclica Miranda Prorsus Pio XII, e aggiungeva che “benché frutti dell’ingegno e del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore”.

Certamente i media della Chiesa universale oggi avevano bisogno di una mano riformatrice che li riordinasse sotto una direzione unitaria. E questo ha fatto Papa Francesco, partendo dall’osservazione dell’attuale contesto comunicativo, che definisce “caratterizzato dalla presenza e dallo sviluppo dei media digitali, dai fattori della convergenza e dell’interattività”, che richiede “un ripensamento del sistema informativo della Santa Sede”, e – dice nel Preambolo dello Statuto, “impegna ad una riorganizzazione che, valorizzando quanto nella storia si è sviluppato all’interno dell’assetto della comunicazione della Sede Apostolica, proceda verso una integrazione e gestione unitaria”.

E’ da ammirare questo modo di osservare la realtà, fare discernimento e, pur nel rispetto di quanto è stato fatto, guardare avanti ed essere aperti all’innovazione. Se non fosse così, la Chiesa rischierebbe di ritrovarsi assolutamente isolata e decontestualizzata dalla società, perdendo completamente le sue pecore e il “loro odore”, per dirlo con la metafora di Francesco.

Nel capitolo primo dello Statuto si definiscono natura e competenza della Segreteria della Comunicazione, sottolineando già nell’art. 1 §2, che l’intero sistema deve rispondere “in modo coerente alle necessità della missione evangelizzatrice della Chiesa”, e raccomandando l’unità con la Segreteria di Stato e la collaborazione con gli altri dicasteri.

Nel capitolo II si delinea la struttura del Dicastero, retta da un Prefetto, che “regge, dirige e sovraintende”, coadiuvato da un Segretario, e dai Membri, a cui si aggiungono i Consultori: tutti nominati ad quinquennium dal Papa. La Segreteria è articolata in cinque Direzioni paritetiche, ciascuna con un  proprio Direttore (sempre nominato ad quinquennium dal Pontefice): Affari Generali, Direzione Editoriale, Direzione della Sala Stampa della Santa Sede, Direzione Tecnologica, Direzione Teologico-Pastorale. I compiti delle singole Direzioni sono fissati nel Capitolo III. Il Capitolo IV tratta del Personale e degli Uffici, infine il Capitolo V, formato dall’art. 19, è la norma transitoria.

Alcune cose in particolare colpiscono: l’apertura a innovazioni tecniche e nuove forme di comunicazione possibili in futuro (v. art. 1 §3, art. 11 §2 e art. 9 §2); lo stile sinodale di confronto e collaborazione con altri dicasteri e organismi; l’attenzione costante alla dimensione universale della comunicazione della Santa Sede e al tempo stesso alle differenti condizioni di sviluppo delle Chiese particolari. C’è di che riflettere, davvero.

Che cosa la Chiesa Italiana e nello specifico noi della Pastorale Digitale della Chiesa particolare di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo possiamo far nostro e applicare di tante indicazioni della Chiesa universale? Ci sarebbe molto da dire, ma mi limito a due sottolineature, credo le più fondanti. Prima: tutto deve funzionare e concorrere a quella che è la missione evangelizzatrice della Chiesa. Questo è lo scopo principale che deve illuminare ogni notizia, ogni servizio informativo e giornalistico. Seconda: dobbiamo anche noi avere una “visione teologica della comunicazione a cui conformare il contenuto di ciò che si comunica” e quindi curare una formazione teologico-pastorale dei membri della Pastorale Digitale, attingendo anche a quelle “reti” che la Direzione Teologico-Pastorale della Segreteria intende tessere con le Chiese particolari e le associazioni attive nel campo della comunicazione (v. art. 12).

Riusciremo? Non so, ma con tutta umiltà dobbiamo lavorare per riuscire nell’intento. E saremo anche noi a “sensibilizzare il popolo cristiano affinché prenda coscienza dell’importanza dei mezzi di comunicazione, nella promozione del messaggio cristiano e del bene comune” (v. art. 12 §4).

Adriana Letta

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Il Serpente Prudente – “Le olimpiadi del privilegio”

n. 2 (26/09/2016)

Le olimpiadi del privilegio

La cronaca, nazionale e locale, sembra quasi monopolizzata da un argomento in particolare: l’“oltraggioso” rifiuto che il neo-sindaco di Roma (il termine “sindaca”, con il quale la Raggi indica se stessa, è un oltraggio alla lingua italiana) ha opposto alla proposta di organizzare nella capitale i giochi olimpici del 2024.

I motivi di “scandalo”, addotti da imprenditori, politici di parte avversa e rappresentanti del CONI (si vocifera che questi ultimi, certi che avrebbero “vinto” la battaglia e che fosse scelta Roma come città ospite, abbiano già speso non so quanti milioni di euro…) riguardano sostanzialmente aspetti economici. Pare, a loro dire, che, se si organizzassero le olimpiadi a Roma, si creerebbero una montagna di posti di lavoro, l’economia, capitolina e non, ripartirebbe alla grande, e ci sarebbero investimenti per miliardi di euro. Tutto questo al netto dei soldi che ci verrebbero dal flusso turistico che si azionerebbe quando i giochi poi si svolgerebbero. Insomma, un vero miracolo!

A margine si noti che solo in Italia poteva succedere che, per stabilire se candidarsi o meno ad ospitare i giochi olimpici – che nell’antichità erano considerati di tale sacralità da sospendere perfino le guerre, e da noi sono diventate nientemeno che l’unico sistema per far ripartire l’economia – la discussione degenerasse in tal modo, concentrando le riflessioni sempre e soltanto sul vile denaro e sviando l’attenzione da problemi ben più seri e ben più gravi. Ma tant’è…

Ora, non è oggetto di queste riflessioni entrare nel merito politico della scelta della Città di Roma. Ancora meno utile è parlare della risibile proposta di spostare i giochi olimpici nelle altre quattro città capoluogo laziali – ma vi immaginate la maratona fatta a Frosinone sul viadotto Biondi, che sono buoni tre anni che è inagibile, manco ci fosse precipitato sopra un meteorite? Però, restano ferme due cose importanti.

La prima: non è vero che per far ripartire Roma e in generale l’Italia bisogna organizzare eventi mastodontici. A Milano l’organizzazione dell’EXPO, non solo non ha fatto ripartire la città, ma ha anzi fatto venire alla luce intrallazzi e corruttele varie per una roba che è costata tantissimo e fatto rientrare pochissimo. Per non parlare delle cattedrali nel deserto che sono rimaste a carico dei milanesi per il tempo a venire.

La seconda: se veramente gli imprenditori e i politici avessero intenzione di creare tutti questi posti di lavoro, perché aspettare il 2024? Ci sono tante opere iniziate da tempi biblici – una su tutte la ormai mitologica Salerno-Reggio Calabria – la cui conclusione è ben più lontana del 2024!

In verità, l’Italia (e in maniera forse un po’ meno urgente l’Europa e il Resto del Mondo) ripatirà veramente solo in un caso: se tutti impareranno a cedere i piccoli e grandi privilegi ricevuti negli anni di vacche grasse e torneranno a sentirsi nuovamente parte di una collettività. Infatti, ora ciascuno chiede che vengano colpiti i privilegi altrui e non i propri. E le prediche sulla necessità di essere solidali provengono sempre da gruppi di potere che beneficiano di trattamenti di favore.

Ciò detto, la riflessione vera è un’altra, e, come spesso accade, taciuta anche dall’altra illustre classe di tuttologi italiani: i giornalisti. Tutti blaterano degli straordinari vantaggi (o svantaggi) economici legati alle olimpiadi, e alla figuraccia internazionale che abbiamo fatto nel rifiutarne l’organizzazione, ma nessuno si preoccupa di verificare qual è lo stato di salute dello sport, quello vero (quindi escludiamo il calcio, che oggi come oggi almeno nella gaia republichetta, non si può considerare più sport, bensì puro intrattenimento spettacolare, con un giro di denaro da fare invidia anche a zio Paperone).

Nessuno dice a nessuno che comuni, province e regioni (per tacere dello Stato) destinano sempre meno fondi per lo sport, e spesso ragazzi talentuosi e volenterosi sono costretti ad allenarsi in strutture precarie e mal attrezzate, o a dover sborsare fior di quattrini per poter praticare uno sport, e sognare magari una medaglia olimpica.

Su tutta la querelle torna utile ricordare l’ammonimento che leggiamo in Marco (12, 38-40): «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Se dipendesse da me, tuttavia, darei una condanna ancor più severa a quanti, per accidia e disinteresse, chiusi in un gretto individualismo e dimentichi di appartenere ad una collettività, quegli “scribi” li eleggono nei posti chiave dell’amministrazione, o permettono loro di pontificare riguardo a cosa sia giusto privilegiare da un punto di vista degli investimenti economici… E, cioè, a noi tutti, incapaci di farci amministrare da persone con qualche idea intelligente ed onesta, e di affidare le sorti dell’economia a imprenditori leali e scrupolosi e non accecati da una sete spasmodica di guadagno.

Vincenzo Ruggiero Perrino

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Presentazione di Pastorale Digitale sabato 24 settembre a Roma

Presentazione del libro Pastorale Digitale 2.0 di Riccardo Petricca a Roma presso la biblioteca Antonio Baldini di Roma Via Villa Sacchetti,5 (pressi Villa Borghese) in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio.

L’evento, a sottolinearne l’importanza, è patrocinato dal Ministero dei beni Culturali ed è stato inserito all’interno delle Giornate Europee per il Patrimonio. Le Giornante Europee del Patrimonio, rappresentano la manifestazione promossa nel 1991 dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea con l’intento di potenziare e favorire il dialogo e lo scambio in ambito culturale tra le Nazioni europee. Si tratta di un’occasione di straordinaria importanza per riaffermare il ruolo centrale della cultura nelle dinamiche della società italiana. All’iniziativa, com’è ormai tradizione, aderiscono anche moltissimi luoghi della cultura non statali tra musei civici, comuni, gallerie, fondazioni e associazioni private, costruendo un’offerta culturale estremamente variegata, con un calendario che spesso arriva a sfiorare i mille eventi. Uno straordinario racconto corale che rende bene l’idea della ricchezza e della dimensione “diffusa” del Patrimonio culturale nazionale: da quello più noto dei grandi musei, alle meno conosciute eccellenze che quasi ogni Paese può vantare e deve valorizzare. All’edizione dello scorso anno hanno partecipato oltre 380.000 persone.

Oltre l’autore e numerose personalità del mondo dell’arte e della cultura presenteranno il libro: l’ ing. Roberto Linetti, Provveditore per le Opere Pubbliche di Lazio, Abruzzo, Sardegna del Ministero Infrastrutture e Trasporti); l’ing. Claudio Baldani, funzionario della Soprintendenza ai Beni Architettonici di Roma; l’arch. Marco Silvestri, responsabile tecnico del  Pontificio Collegio Nord Americano di Roma; il  prof. Paolo Cancelli,  responsabile dello Sviluppo della Pontificia Università Antonianum.

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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 9

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 9

Nazareth, anno 1 a. C.

I ragazzini di Nazareth sono usciti da scuola con un po’ di anticipo rispetto al consueto orario. Come accade generalmente in questi casi, facendo insieme un tratto di strada per tornare ciascuno a casa propria, cominciano a conversare tra loro, a gruppi di tre o quattro, di argomenti diversi.

Uno dei maschietti dice agli altri: «Spero tanto che mia madre abbia cucinato la zuppa di farro che mi piace tanto».

Gli replica un altro: «Farro? Non è meglio un po’ di pesce arrostito?».

«Non capite niente, voi due! Cosa c’è di meglio di un po’ di carne di pecora?», fa eco un altro ragazzo ancora.

«Voi pensate a mangiare», si inserisce nel discorso un altro ragazzino, «io invece penso che domani mattina il maestro vorrà sapere tutte quelle cose che ci ha spiegato oggi. E io non c’ho capito assolutamente nulla!».

«E cosa c’era da capire?».

«Se avevo capito cosa c’era da capire, avevo capito quello che diceva, no? E invece niente… proprio zero!».

«Vabbè, più tardi passa da casa e cerco di spiegarti io qualcosa!», propone quello ghiotto di carne di pecora.

«Cioè: io le regole della scuola proprio non le digerisco!», continua il primo.

«Beh, per forza! Sono sicuro che preferiresti mangiare più volentieri una bella zuppa di legumi!», chiosa quello che aveva annunciato a tutti che avrebbe mangiato il farro preparato dalla mamma.

«Ma finiscila! Io sono sicuro che i ragazzi romani ricevano un’educazione migliore. Non vedete che praticamente imparano tutto dai genitori? Mi capita spesso di vedere ragazzi romani della nostra stessa età che vanno con il padre al foro, e anche nelle processioni. Noi, invece, dietro a quel rimbambito del nostro maestro a imparare cosa? Il greco e la Legge!», continua l’altro.

«Come se la legge non la facessero i romani! Hai proprio ragione, amico mio!», conclude, con aria mogia, un altro.

Camminando camminando, anche le ragazzine chiacchierano tra loro.

Dice una: «Mia madre ha comprato un tessuto bellissimo al mercato, l’altro giorno. Ha detto che mi cucirà un vestito per la prossima primavera».

«Beata te! Io, invece, mi devo accontentare di riutilizzare le vesti che hanno già messo le mie sorelle più grandi», si lamenta un’altra.

«Ma, avete sentito cosa hanno detto di Rebecca?», chiede una terza ragazza, cambiando discorso.

«Rebecca, chi?».

«La promessa sposa di Achim, il figlio del rabbino Ioakim».

«Ah, Achim, quello che fa il pescatore?».

«Sì, proprio lui!».

«Quello è proprio un bel ragazzo!».

«Beh, e cosa si dice di Rebecca?».

«Che è scappata via con un altro, e nessuno sa dove sia andata. Si dice che i genitori di lei sono disperati e non escono per la vergogna, mentre il rabbino Ioakim prega affinché la ragazza riceva la giusta punizione per l’oltraggio che ha fatto alla promessa matrimoniale!».

«Che scandalo!».

D’un tratto, una voce propone a tutti gli altri, maschi e femmine:

«Ehi, voi tutti, ascoltatemi! Visto che è un po’ più presto del solito, e sicuramente ci vuole ancora un po’ prima che le nostre mamme abbiano finito di cucinare il pranzo, che ne dite di andare a fare un giro per la piazza?».

Tutti si voltano a vedere chi ha parlato. È stato Gesù, che oggi è privo della compagnia di Giovanni, rimasto a casa malato, e che finora era stato in silenzio ad ascoltare le chiacchiere degli altri. La proposta piace, e nell’esultanza generale, il gruppo di ragazzi e ragazze svolta per andare verso il centro del paese.

Giunti lì, tutti si accorgono di quanto chiassosa e confusa è la vita di una cittadina nella quale coabitano invasori e invasi: i romani si confondono agli ebrei; il latino si parla meno dell’aramaico e dell’ebraico, mentre quasi tutti sanno parlare greco; gli odori delle taverne invadono l’aria; di tanto in tanto bisogna scansare bighe e lettighe che corrono lungo la polverosa strada.

«Che confusione!», esclama una delle ragazze.

«Sapete, amici, non ero mai stato in piazza a quest’ora… e devo dire che non ci tornerò più, visto che confusione che c’è!», dice un altro.

«Ma no! Secondo me è bello vedere tutta questa gente intenta nelle proprie cose… Guarda che vitalità che c’è dappertutto!».

Mentre così discutono, accanto a loro passano due anziani: probabilmente sono marito e moglie, e sono molto vecchi. I ragazzi e le ragazze li seguono con lo sguardo, finché non si perdono nella folla.

«Visto quei due?», chiede uno.

«Già. Devono essere sposati da tanto tempo. Erano vecchissimi!».

«Io da vecchio sarò proprio come quello lì: con la barba lunga, e il bastone. Sarò un uomo importante!».

«Anche io diventerò la moglie di un uomo autorevole!».

«Ti immagini come saremo strani da vecchi?».

«Già: senza denti, con la vista corta, il bastone… Però, pieni di saggezza!».

«Gesù», chiede una bambina, «e tu come sarai da vecchio?».

Gesù assume un’espressione un po’ enigmatica, e poi dice:

«Amici miei, è da prima che vi sento fare tanti discorsi su quello che vi piacerebbe mangiare, oppure su quanto belli sono i vestiti che le vostre mamme vi vogliono cucire, o ancora su quanto siete in ansia per le lezioni a scuola. Io, invece, penso una cosa: e cioè che nella vita non bisogna affannarsi per che mangeremo o berremo, e neanche per quello che indosseremo; la vita stessa forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?».

Gli occhi di Gesù osservano il gruppo di amici, cogliendo in alcuni un po’ di contrariata perplessità.

«Però, mica possiamo restare digiuni, o andarcene in giro senza vesti?», fa notare uno di loro.

«Io non ho detto questo! Ho solo detto che non bisogna stare sempre lì a preoccuparsi per queste cose. Cioè: guardate gli uccelli. Quelli mica seminano, o mietono, o hanno i depositi dove ammassano la roba per mangiare; eppure il Signore nostro fa in modo che non restino digiuni».

«Ma, Gesù, noi mica siamo uccelli!».

«A maggior ragione! Io dico che, se il Signore provvede per gli uccelli, tanto più farà per noi, no? Non contano forse gli uomini e le donne più degli uccelli?».

«Però, prima lui ha detto una cosa giusta. Mica possiamo andarcene in giro nudi!», esclama un altro bambino.

«Sai che scandalo sarebbe!», si aggiunge una bambina.

 «Io non ho detto che dobbiamo andare in giro nudi. Ci mancherebbe! Ho detto che non bisogna affannarsi per i vestiti. Avete mai visto un fiore in un campo preoccuparsi dei suoi colori e dei suoi petali? Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro».

«Beh, in effetti, i fiori sono belli per natura!».

«Oh, bene! Ora, se Dio “veste” così l’erba del campo, che oggi c’è e domani già sarà secca e inutile, non farà assai più per tutti noi?».

«Allora, secondo te, che dobbiamo fare?».

Gesù fa uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti e dice: «È molto semplice: non affannarsi preoccupandosi di cosa mangiare o di come vestire. Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Signore sa bene che dobbiamo mangiare e bere per vivere… E sa pure che non ce ne possiamo andare in giro nudi!».

Il ragazzo che poco prima era preoccupato per non aver capito la lezione a scuola, chiede:

«Ma lui lo sa che dobbiamo pure studiare?».

Tutti ridono.

«Certo che lo sa! Perciò, bisogna cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose – il cibo, i vestiti, e quant’altro – saranno date in aggiunta».

Segue una lunga pausa… tutti stanno silenziosi a pensare alle cose dette da Gesù…

Un attimo dopo ripassano i due vecchietti di poco prima. All’anziano signore cade qualcosa di mano e una bambina, quella che aveva chiesto a Gesù come pensava di diventare da vecchio, la raccoglie e gliela porge, ricevendo un sorriso di ringraziamento. Mentre i due vecchi proseguono per la loro strada, la ragazzina, come se all’improvviso si fosse ricordata della sua domanda, chiede di nuovo a Gesù:

«Un momento! Io però ti avevo chiesto un’altra cosa e tu non hai risposto alla mia domanda di prima».

Allora Gesù prende di nuovo la parola e dice:

«Vi ho detto come la penso, volendo farvi capire che secondo me non è importante preoccuparsi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini, i suoi problemi e le sue pene. A ciascun giorno basta la sua fatica. Prendi lui: oggi è preoccupato per le cose da studiare e che domani il maestro probabilmente gli chiederà. In questo modo non si godrà le cose belle che questo giorno gli potrà offrire pensando a domani, e domani sarà preoccupato per le domande del maestro sulle cose di oggi! Vi sembra una cosa intelligente?».

Quasi in coro, tutti rispondono di no.

«Bene. Allora adesso possiamo tornare a casa. C’è da studiare, dopo mangiato!».

«Ma tu hai detto che non dobbiamo preoccuparci per il futuro!», dice quello stesso ragazzo.

«Esatto: io ho detto che non dobbiamo preoccuparci per il futuro. Ma ho detto pure che bisogna cercare la giustizia di Dio. E per fare la giustizia di Dio, occorre fare il proprio dovere ogni giorno…».

Il ragazzo si porta una mano in fronte ed esclama: «Io non c’ho capito niente manco mo’!».

«Beh tra una trentina di anni vi sarà tutto più chiaro!».

«Ecco: ora se c’era tuo cugino avrebbe detto che tutte le volte te ne esci con questa risposta… Vabbè… Intanto, speriamo che, oggi, le cose che il maestro ha spiegato mi saranno chiare per l’interrogazione di domani!».

E così, ognuno torna alla propria casa, meditando sulle cose un po’ insolite e diverse dalla mentalità comune, che quello strano ragazzino di nome Gesù ha detto, come solitamente fa… sperando che effettivamente dopo una trentina di anni saranno più chiare…

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Case di mattoni e vita vissuta. Il terremoto visto da qui

Ci siamo trasferiti da poco. La prima mattina nella nuova casa, al risveglio, abbiamo trovato una zanzara sul muro delle scale. Per me quasi uno scempio sul muro appena tinteggiato con quel color tortora che avevamo scelto con tanta fatica e cura dopo ben 19 prove con diversi campioni di colore.

Mio marito è intervenuto per cacciarla. E invece l’ha schiacciata e lei è rimasta lì stecchita. Una chiazzetta con le ali spiaccicate, che istintivamente abbiamo cercato di cancellare passando sul muro il polsino di una felpa, ahimé, rossa. E la chiazzetta è diventata un bell’alone rosaceo. Così il perfetto color tortora ha avuto la prima imperfezione, che mi era sembrata grave. La guardo ogni volta che scendo in cucina e con tenerezza ripenso a quella prima mattina nella nuova casa.

E pensavo a quella prima chiazzetta rosacea guardando le immagini del terremoto. Pensavo che forse lì ci sono una, due, dieci, cento altre coppie che, come noi, si sono sposate da poco e hanno ristrutturato, arredato, iniziato ad amare una casa nuova, soffrendo, magari, davanti ad una improvvisa chiazzetta rosacea su un muro appena tinteggiato. Avranno scelto i mobili con la nostra stessa cura, magari litigando anche un po’, come facciamo noi due, che abbiamo gusti così diversi.

Oggi, per quelle giovani coppie, non c’è più la chiazzetta, il muro, i mobili, il piano cucina in granito, la lavastoviglie ultimo modello regalata con la lista di nozze e la lavatrice capiente e silenziosa, il frigo grande, per essere pronti se arrivano gli amici. Niente. Solo macerie.

La casa si ama, si vive, si costruisce, non solo con i mattoni, ma con la vita di ogni giorno, con le storie che custodisce, con una piantina fiorita, col profumo di ciambellone in forno, con una cena tenuta in caldo, con una chiacchierata sul divano. E anche con una chiazzetta rosacea sul muro. Si costruisce con le parole che si dicono ogni giorno, che si urlano, che si sussurrano; con i rumori e gli odori di cui ogni casa vive e che le danno una sua inconfondibile personalità.

Non sono crollate case, ma storie intere, legami, abitudini, quei piccoli riti, profumi, odori, sapori della vita quotidiana. E’ un dolore enorme e lancinante, che, forse, non riesco neppure a immaginare. Quanti sogni, quanta speranza, quanta fiducia, stanotte, si sono persi?

Provo un certo senso di fastidio nella valanga di parole di queste ore. E lo so, è strano e contraddittorio, che io usi altre parole che si aggiungono al chiasso mediatico.

Vorrei, invece, un po’ di silenzio. Vorrei che ci si mettesse in ginocchio, di fronte ad una cosa così grande e terribile, per ritrovare il proprio cuore e, per chi crede, per pregare, come ha fatto il Papa questa mattina con una semplicità disarmante. Ma chi crede, sa che quel Rosario fuori programma ha una potenza straordinaria e che anche così, nel male, si fa strada la Grazia.

E, al tempo stesso, vorrei che continuasse quel rimboccarsi le maniche attivo e concreto che già si sta profilando in queste ore e che l’aiuto e la solidarietà non si trasformassero in un gesto meccanico, ma toccassero nel profondo i nostri cuori. Perché solo se ritroviamo, in ginocchio, il nostro cuore e solo se lo rimettiamo in gioco rimboccandoci le maniche, si potranno ricostruire pareti, sulle quali un giorno ci sarà una chiazzetta rosacea per la quale una moglie rimprovererà il marito, si potranno ricostruire case, in cui montare una cucina bella e un frigo grande, perché non si sa mai, potrebbero arrivare gli amici e dobbiamo essere pronti ad accoglierli, soprattutto ora, che abbiamo tutti toccato con mano, e con il cuore, quanto preziosa sia l’accoglienza, la solidarietà, il non lasciare soli quelli che soffrono.

Maria Cristina Tubaro

http://www.mariacristinatubaro.it/?p=100

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SACRA FAMIGLIA di Vincenzo Ruggiero Perrino – Episodio 8

SACRA FAMIGLIA

di Vincenzo Ruggiero Perrino

 

 

Episodio 8

Nazareth, anno 1 a. C.

Giuseppe lavora come operaio al cantiere di Sepphoris. In particolare, egli è nella squadra che sta completando la ricostruzione dell’antico teatro. Erode Antipa, per accattivarsi le simpatie dei nuovi padroni della regione – i romani –, ha voluto ricostruire l’antica cittadina, la cui pianta ricordava curiosamente la forma di un uccellino, secondo criteri estetici ed architettonici, tali da farla assomigliare alle altre capitali dell’impero. Perciò, ha voluto che le strade venissero costruite secondo le regole architettoniche greco-romane, con file di botteghe, edifici amministrativi, negozi, banche. Il punto principale del programma di ricostruzione è il teatro, grande tanto da contenere cinquemila posti, per poter permettere a tutti i cittadini dell’intera zona di recarvicisi ad assistere agli spettacoli.

Purtroppo, nonostante la buona volontà degli operai e l’ambizione di Erode Antipa, può capitare che ritardi nelle consegne del materiale edile, o altri contrattempi, facciano rallentare i lavori, lasciando a casa i lavoratori, che così devono inventarsi un secondo impiego, per poter guadagnare quanto basta per dar da mangiare alla famiglia. Giuseppe si è procurato un carretto, sul quale ha montato una specie di grossa pentola, sotto la quale può accendere del fuoco. Quando non lavora a Sepphoris, va in piazza a Nazareth e frigge frittelle dolci e salate, che vende ai suoi entusiasti clienti.

Essendo una bella giornata di sole, e volendo pure andare a fare un giro tra i venditori del mercato, Maria ed Elisabetta, accompagnate dai rispettivi figli, hanno deciso di fare una visita a Giuseppe, per vedere come procede la sua mattinata.

«Ragazzi, vi sbrigate che è già tardi?», chiede dall’uscio Maria, mentre Gesù e Giovanni stanno finendo di prepararsi per uscire.

«Eccoci!», fanno in coro i due, mentre s’affacciano sulla porta, e poi cominciano a precedere le madri sulla via che porta al centro del paese.

Intanto, le due donne conversano tra loro.

«Sai che pensavo ieri sera prima di dormire?», comincia Maria.

«Cosa?».

«A quando Erode, per essere sicuro di uccidere anche mio figlio, ordinò che venissero uccisi tutti i maschi nati negli ultimi due anni a Betlemme».

«Come mai questi pensieri funesti?».

«Mi sono ricordata, che quel fatto avvenne proprio in questo periodo dell’anno, immediatamente dopo che ricevemmo la visita di quei sapienti orientali».

«Io credo che furono proprio loro a parlar troppo con Erode. Quello, di suo, era uno scervellato pazzoide; poi, ci si misero i sapienti ad annunciargli che doveva nascere il nuovo re! Capirai: Erode fece due più due, e sentendosi minacciato da quella profezia, non ci pensò su due volte a far uccidere tutti i bambini!».

«Sì, ma io a volte mi sento in colpa per la morte di tutti quegli innocenti!».

«Tu? E che c’entri tu? Non si sentiva in colpa quel pazzo… Ma ti ricordi che Erode aveva fatto uccidere finanche i propri figli?».

«Sì…».

«E allora? Vuoi sentirti in colpa tu? Del resto, Zaccaria mi disse che quella strage era già stata annunciata dal profeta Geremia. Ma noialtri non ricordiamo mai, se non quando non ci sono più di alcuna utilità, gli avvertimenti degli antichi…».

«Però, pensa a tutte quelle madri che hanno perso i loro figli, perché Erode voleva uccidere il mio, di figlio!».

«Ci penso, ma penso anche che, se Giuseppe all’epoca non avesse avuto quella visione in sogno e non avesse portato te e il ragazzo in Egitto, ora non staremmo nemmeno qui a parlarne… Anzi, non farmici nemmeno pensare!».

Dopo una breve pausa, Maria prosegue: «Ti ho mai raccontato che, quando siamo scappi verso l’Egitto, una sera stavamo per essere scoperti dalle milizie di Erode?».

«Uhm, credo di no. Dimmi un po’!».

«Beh, è presto detto. Noi, per precauzione, ci spostavamo di notte e ci riposavamo di giorno. In una delle tappe diurne, cercammo riparo in un campo di lupini…».

«Lupini… che buoni! Ma sai che c’è di strano? Sono anni che non riesco più a trovarne di così buoni e dolci come ne mangiavamo quand’eravamo piccole… Sono tutti amarissimi!».

«Credo di sapere perché», dice Maria, abbassando un po’ lo sguardo.

«Cioè? », fa Elisabetta, col tono di chi vuol soddisfatta la sua curiosità.

«Dunque: in questo campo le piante erano secche e avevano i baccelli maturi. Accadde allora che, quando attraversammo il campo, questi baccelli secchi cominciarono ad accartocciarsi per espellere i semi e, così facendo, produssero uno scoppiettio rumorosissimo. Giuseppe, allora, temendo che tale fracasso potesse far scoprire il nostro nascondiglio, rigirò l’asino e ci portò sotto altre piante al riparo dalla vista dei soldati. Io, però, mi spaventai talmente tanto, che maledissi quelle piante, affinché diventassero un’erba bassa dai semi amarissimi!».

«Ecco spiegato perché io non ne trovo più nemmeno dai mercanti dei posti più lontani! Che peccato, mi piacevano tanto…», conclude la cugina, con tono un po’ deluso.

«Ehi, ma’!», la voce di Gesù, interrompe il dialogo tra le due donne.

«Che c’è, figlio?».

«Ecco papà laggiù».

I quattro si avvicinano al banco dove un Giuseppe tutto sudato sta finendo di friggere un paio di frittelle per un uomo che sta aspettando lì nei pressi.

«Buongiorno a voi, signore e ragazzi!», esclama tutto sorridente.

«Come va?», chiede Maria.

«Benone direi! Ho fritto a più non posso, e sono soddisfatto del lavoro svolto, perché tutti mi hanno fatto i complimenti!».

«Da un lato sono contenta, da un altro lato un po’ meno, perché poi mi toccherà lavare le tue vesti per togliere la puzza di fritto!».

«Sempre a lamentarti stai!», sbotta Elisabetta, «piuttosto dovresti essere contenta che questo bravo ragazzo si dia tanto da fare per lavorare!».

«Vorrei vedere te, a lavare quelle vesti puzzolenti!».

«Va bene», dice Elisabetta, che poi prosegue rivolta a Giuseppe: «quando hai finito, dai a me le tue cose, che te le lavo!».

«Meno male! Un po’ di fatica in meno in casa», replica Maria. E poi, fa una smorfia verso la cugina, facendo ridere tutti, compreso l’uomo che  sta aspettando che siano pronte le sue frittelle. Qualche minuto dopo, Giuseppe porge a quell’avventore le sue cose; quell’altro paga il dovuto e si allontana.

Giuseppe chiede: «A voi, com’è andata la mattinata?».

«Calma piatta, zio», interviene Giovanni, che continua: «mentre noi precedevamo giocherellando lungo la strada, le madri si trastullavano con discorsi sui tempi andati».

«Già. Come al solito, invece di pensare all’oggi ci preoccupiamo o di domani o di ieri. Pensa che testa!», chiosa Gesù.

«No, caro nipote: io mi preoccupo proprio per oggi. Ma, hai capito cosa mi ha raccontato tua madre? Che io non potrò mai più mangiare quei buoni lupini che a me piacevano tanto!».

Tutti gli altri si guardano un po’ sbigottiti e in silenzio. Poi, Giovanni si avvicina alla madre, le fa cenno di chinarsi verso di lui, le mette una mano sulla fronte, e poi annuncia agli altri: «Strano! Sta delirando, eppure la febbre non ce l’ha».

Naturalmente, tutti scoppiano a ridere.

«Insomma, cosa volete? A me i lupini di prima mi piacevano molto», cerca di difendersi Elisabetta, non facendo altro che aumentare l’ilarità degli altri.

«E questo sarebbe il problema di oggi?», chiede Gesù, piegandosi in avanti sulle spalle.

«Sì!».

«I lupini?», insiste il ragazzo, andando più giù ancora con la testa, per manifestare il suo ironico sconforto.

«Sì!».

Più di tutti, a ridere è proprio Giuseppe, il quale prende la parola:

«Allora, cara Elisabetta, tu davvero laverai le mie vesti al posto della mia sfaticata moglie?».

«L’ho detto prima!».

«Bene. Chiudi un attimo gli occhi».

Quella chiude gli occhi. Così Giuseppe, da un cassetto del suo carretto, tira fuori una ciotola; ci versa dentro una manciata di lupini, aggiungendo acqua e del sale; poi ne fa assaggiare uno ad Elisabetta, intimandole di continuare a tenere gli occhi chiusi; quella assaggia e poi esclama:

«Che buono! Cosa è? Posso riaprire gli occhi?».

«Certo!».

«Dunque, Giuseppe, cosa mi hai fatto mangiare?».

«Lupini».

«Lupini? Così buoni?».

«Certo. Ne ho raccolti un bel po’ e mi sono messo a… come dire… sperimentare… sperimentare come poteva essere corretto il loro saporaccio. È bastato aggiungere un po’ di acqua e un po’ di sale, e il gioco è fatto!».

«Ne posso avere un altro po’?».

Gli altri scoppiano a ridere nuovamente.

«Vedi zia? Tu ti preoccupavi tanto per dei semplici lupini. Pensa se invece dei lupini, fosse stato il sale a perdere il suo sapore! Non era peggio? Invece, secondo me, la cosa veramente importante è che l’uomo usi bene la sua intelligenza e non perda la voglia di scoprire nuove soluzioni a vecchi problemi. Dopo tutto è semplice: basta mettersi con buona volontà e un pizzico di umiltà, magari anche chiedendo aiuto agli altri, e anche quello che appare un problema insormontabile può trovare una soluzione banale e a portata di mano», spiega Gesù.

«Già. Ti devo delle scuse, Maria, perché mi sono arrabbiata con te prima, quando invece avrei dovuto semplicemente capire che quello che è successo è stato soltanto per evitare più spiacevoli conseguenze…».

Giuseppe conclude: «Ragazzuoli, se mi aiutate a sbaraccare torniamo a casa, che s’è fatto tardi».

«Ma a noi non toccherebbe assaggiare una tua frittella?», chiede Giovanni.

«Certo! Prima mi aiutate e dopo verrete ricompensati!».

«Come, zio, a mamma hai dato i lupini prima che ti lavasse la veste sporca! Ora, a noi, dai una frittella ciascuno prima che ti aiutiamo a mettere a posto il carretto per tornare a casa!».

Segue un istante di silenzio, in cui gli adulti si guardano l’un l’altro.

«Beh, in effetti, non hai torto. Anzi, me l’hai proprio fatta!».

«Dai pa’, non prendertela. Giovanni ha imparato tutto da me, in quanto a risposte pronte!».

«Infatti, siete proprio una bella coppia. Su, forza, mangiate le frittelle che poi si va a casa!».

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E’ online il nuovo sito diocesano – area istituzionale

Nel mondo digitale tutto corre veloce, un anno è come un secolo, ogni novità spodesta immediatamente quella precedente e la rende obsoleta mandandola in soffitta senza tanti complimenti. Non c’è più bisogno di aspettare il ricambio generazionale perché la spinta verso il nuovo procuri risultati. E’ quello che succede ormai da anni e con ritmo forsennato nelle tecnologie digitali. Perciò le parole d’ordine sono: innovare, velocizzare, ottimizzare, estendere a più persone possibile il buon uso di quelle “protesi comunicative” di cui non riusciamo più a fare a meno.

Anche per l’équipe di Pastorale Digitale, l’innovativo progetto di evangelizzazione della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, si presenta l’esigenza di un continuo, puntuale, efficace ed efficiente  aggiornamento. Per questo dal 9 agosto scorso è online il nuovo sito della Diocesi per quel che riguarda l’Area Istituzionale, che appariva un po’ indietro rispetto all’area delle news (Vita della Diocesi) e della Pastorale Digitale 2.0. I nostri ingegneri informatici hanno lavorato intensamente per il restyling rinnovando la veste grafica e rendendola più leggera e agile, e più vicina e armonizzata al sito di Pastorale Digitale. La nuova grafica dà la possibilità di mostrare in evidenza gli eventi prossimi e di iscriversi subito online per partecipare e inoltre dà con immediatezza l’idea di un’appartenenza sostanziale della chiesa diocesana alla chiesa italiana ed a quella universale: è parlante l’immagine del Vescovo Gerardo con Papa Francesco, e sono di immediata fruizione i rimandi attraverso link al sito della Cei e a quello di Avvenire. Sono stati rivisti, aggiornati e riposizionati i contenuti, su cui si stanno completando i controlli in corso d’opera. Sono stati inseriti i dati aggiornati dell’Annuario diocesano 2015, fornendo i riferimenti di e-mail e telefoni dei sacerdoti e degli uffici, perché i fedeli possano sentire fattivamente vicina la chiesa diocesana con possibilità di risposte anche immediate. Altro aspetto importante del restyling eseguito riguarda le tecnologie: il sito infatti risulta ora adatto e ottimizzato per tablet e smatphone.

La fruizione del sito migliorata e resa più completa e immediata ovviamente non riguarda solo la tecnica, ma è stata studiata perché fosse coerente al Piano pastorale generale della Diocesi, ricordando che per la Pastorale Digitale non è importante mettere semplicemente in rete ma in comunione!

Fare tale operazione ha comportato per la Pastorale Digitale prima di tutto una riflessione profonda perché, a ben guardare, la voglia di innovare è un bisogno antico quanto l’uomo, perché è la vita stessa che cambia e si rinnova in continuazione e soprattutto perché noi sappiamo che c’è Qualcuno che – sempre – “fa nuove tutte le cose”! E dunque, prima di mettere in campo la tecnica, occorreva prestare attenzione alle persone, osservare i comportamenti degli utenti del sito diocesano e dei social, non “accomodarsi” sull’esistente e sul già realizzato, ma andare alla ricerca del meglio, aggiornare coloro che ci lavorano con passione e coloro che attingono alla nostra fonte, o meglio ai nostri canali che a loro volta attingono, e debbono attingere, sempre e solo all’Unica Fonte: Gesù Cristo. Ciò comporta incoraggiare e aiutare gli utenti, anche quelli più recalcitranti alle novità, all’uso di tecnologie sempre più facilitate, immediate e fruibili, ricordare sempre a se stessi e ai fruitori della nostra comunicazione che tutto ha senso se è fatto con fede, con speranza e con carità, che non siamo maestri (il Maestro è uno solo!) e non dobbiamo comunicare noi stessi, ma condividere la perla preziosa che non per nostro merito abbiamo trovato sulla nostra strada e gioire se altri la trovano e prendono ad amarla.

E’ questo che ci ha fatto scoprire che “velocizzare, ottimizzare, facilitare, estendere e mettere in comunione” sono verbi che non sono affatto in contrasto con i famosi 5 verbi del grande Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze 2015, anzi sono in armonia con essi, perché questi verbi ci costringono ad uscire da noi stessi per ricercare come “creare ponti” e migliorare la comunicazione, che è l’ annunciare, ci fanno abitare pienamente il continente digitale ma anche la vita reale dei nostri fratelli, ci spingono ad educare all’uso dei media da cristiani, ci aiutano a trasfigurare la vita ponendoci come obiettivo il “mettere in comunione”.

Adriana Letta

 

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Una nuova rubrica: le recensioni tecnologiche della Pastorale Digitale

Consigli utili targati Pastorale Digitale.

Nell’ottica del condividere e mettere a disposizione di tutti le conoscenze, le capacità e le inclinazioni naturali di ognuno sfruttando un canale vasto come Internet, la Pastorale Digitale non si propone solo di mostrare uno spaccato di vita attiva delle chiese della diocesi ma anche di migliorarne lo stile di vita aggiornando e offrendo consigli sulle ultime trovate commerciali nel campo Hi-Tech.

Nel giugno 2016 nasce, infatti, sul sito pastoraledigitale.org una nuova rubrica destinata alle recensioni di materiale di supporto elettronico/informatico. Se ne occupa attivamente Francesco Evangelisti, brillante neo diplomato presso l’Istituto d’Istruzione Superiore Reggio-Nicolucci con indirizzo di studio in Informatica, membro della divisione Sviluppo Digitale all’interno della Pastorale Digitale della Diocesi di Sora Cassino Aquino Pontecorvo, già responsabile delle attività della Pastorale sul social Telegram e sviluppatore dell’app Pastorale Digitale per dispositivi basati su sistema operativo Windows.

In un mese di attività, numerose sono state le recensioni di accessori comunemente utilizzati legati al mondo della telefonia testati da Francesco: dal supporto per tablet e smartphone al cavo per alimentazione e trasferimento dati, passando per custodie, power bank e speaker Bluetooth.

Nei testi vengono messe in evidenza la funzionalità del prodotto, le caratteristiche tecniche, pregi ed eventuali difetti, il tutto corredato da immagini ed animazioni gif (NdA — le immagini in movimento che spopolano sui social) che mostrano l’utilizzo attivo dell’oggetto esaminato nella recensione.

Non mancano infine le considerazioni personali, senza risparmiare piccole critiche e miglioramenti apportabili all’articolo in questione.

Non resta che visualizzare per credere!

Deborah Casinelli

Foto di Copertina Designed by Freepik

 

 

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La Pastorale Digitale intervista S.E. Mons. Marcello Semeraro

Eccellenza buongiorno e grazie per la Sua disponibilità. Per prima cosa volevamo porgerle i migliori auguri per la nuova nomina a Membro della Segreteria per le Comunicazioni. Ci può illustrare i piani e programmi di questo nuovo ed importante organo istituito da Papa Francesco con “Motu Proprio” del 27 giugno 2015.

La riforma che il Papa ha intenzione di realizzare nella Chiesa si basa fondamentalmente su di un processo di avvicinamento alla persona, per farsi prossimo ai nostri contemporanei, specialmente a quelli più lontani, più bisognosi, “le periferie esistenziali”! Una formula che gli è cara, parla di “cultura dell’incontro”. Il processo di cui si parla richiede, dunque, una comprensione più profonda della cultura di oggi, che è il “luogo” dove questo uomo abita. Anche la costituzione di un Segreteria per la comunicazione si colloca in tale orizzonte culturale. Infatti, il Motu proprio con cui la si istituisce inizia richiamando l’attenzione su «l’attuale contesto comunicativo», cioè su questo “luogo dell’uomo contemporaneo”, e marca il centro della riforma con un obiettivo chiaro: «In tal modo il sistema comunicativo della Santa Sede risponderà sempre meglio alle esigenze della missione della Chiesa». Queste due frasi possono essere lette come un programma per il nuovo dicastero. La questione è fare sì che tutto l’assetto comunicativo della Sede Apostolica, costituito in un nuovo ente (dove convergono le nove istituzioni che fino a questo momento in qualche maniera si sono occupate di comunicazione), possa fare fronte in modo adeguato alle inedite e accresciute necessità comunicative della Chiesa, chiamata a svolgere la sua missione in un mondo culturalmente nuovo. Non si tratta, perciò, nel nostro caso di una riforma economico-organizzativa, ma di una riforma essenzialmente pastorale, dal disegno chiaramente ecclesiologico. In questo periodo iniziale si va costruendo l’architettura dell’edificio, con attenzione a non disperdere le risorse, anzi a ottimizzare quelle già esistenti: c’è dunque tutto un impegnativo lavoro organizzativo ed economico; l’essenza, però, è pastorale e il centro è la missione.

Papa Francesco nei suoi discorsi utilizza fortemente riferimenti al modo ed alla cultura digitale. I nuovi media in particolare internet ed i social possono essere un dono di Dio, come ci ha ricordato Papa Francesco nel Messaggio per la XLVIII Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2014 ma in quanto tali spetta all’uomo farne il corretto uso. Quali a suo avviso le opportunità offerte dalla rete e quali i maggiori pericoli?

Il primo aspetto da sottolineare è la realtà culturale contemporanea della quale, lo vogliamo o non, fa parte in modo inscindibile il “mondo digitale”. Questa connessione è un dato di fatto e non dipende da una scelta della Chiesa; anzi, come diceva Benedetto XVI, è un mondo nel quale la gente ci abita da tempo. È urgente, pertanto, che la Chiesa comprenda l’esistenza di una nuova cultura, di una nuova realtà e, come ripeteva sempre il papa Benedetto nei suoi messaggi per la Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, di un nuovo continente con i suoi abitanti, i nativi digitali. Tutto questo fermento culturale in atto richiede una nuova evangelizzazione proprio come nei tempi apostolici «come allora…così ora», si legge nel Messaggio 2009. L’opportunità offerta dalla rete è quella di una missione innovativa, per andare a incontrare le persone là dove sostano per lunghi periodi, mentre si scambiano affetti, pensieri; dove, paradossalmente, possono sentirsi vicini coloro stanno lontano e lontani quelli che sono vicini. Queste dinamiche relazionali attraverso la rete, in tempo reale, non sono un mero e banale “cambio tecnologico”. Toccando gli aspetti relazionali dell’uomo, esse diventano una questione fondamentalmente antropologica, e quindi centralmente ecclesiale. Si tratta, allora, di una cultura che offre una grande opportunità per portare l’Annuncio fino agli estremi confini della terra!

Le sue potenzialità possono certamente dare origine a situazioni problematiche, causate da un utilizzo scorretto dei mezzi. Non si deve, però, pensare a un pericolo legato esclusivamente al digitale, perché esso riguarda, in realtà, tutta la vita dell’uomo, coinvolgendo la responsabilità personale nell’utilizzo corretto dei doni e degli strumenti che si hanno a disposizione. Qualsiasi realtà umana, infatti, diventa pericolosa, quando non è utilizzata nel giusto contesto, secondo le modalità e fini che le sono proprie, o con un obiettivo totalmente diverso al proprio. Così è anche la rete: in sé è un dono che ci consente di raggiungere le persone ed evangelizzarle, rimanendo con loro, accompagnandole facendo loro sperimentare la tenerezza e la misericordia di Dio. Pericoli? Può succedere, ad esempio, che qualcuno, abusando di queste tecnologie, rimanga intrappolato in una “finzione” che gli impedisce di discernere la realtà, diventando succube di un mondo virtuale. È un fenomeno di cui siamo quotidianamente testimoni, che va dalla rete del terrorismo allo sdoppiamento di personalità, al cyberbullismo, ecc. La sfida, però, è proprio qui: che questi doni possano veicolare la Misericordia di Dio e servano per raggiungere con la presenza dell’amore cristiano le più estreme periferie esistenziali.

La Pastorale Digitale ha da poco ricevuto una prima definizione sulla Rivista “Orientamenti Pastorali” edita dal COP (Centro di Orientamento Pastorale): “Pastorale Digitale è quell’uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare della Chiesa nel continente digitale. È esperienza di presenza che non si riduce a condividere risorse digitali, ma che attiva «storie» di relazione autentica superando il dualismo online-offline; è riflessione, fondata teologicamente e attenta alle scienze umane, per una presenza nei new media che sa di vangelo; è promozione di criteri per un uso dei media digitali che fa crescere «l’umano»; è promozione di sviluppo di applicativi. La pastorale digitale va inquadrata nell’ambito più ampio della pastorale delle comunicazioni sociali: essa, quindi, non è una pastorale «altra» ma una declinazione della presenza e dell’impegno ecclesiale nel suo complesso.” Quali ritiene nel suo ministero di Vescovo le applicazioni della Pastorale Digitale? Progetti per i prossimi anni come Diocesi di Albano?

 

Come Vescovo di una Chiesa particolare ritengo che laddove l’uomo si trova, abita, scambia affetti, pensieri e intreccia relazioni (nella fattispecie il continente digitale), lì la Chiesa dev’essere presente, pronta ad ascoltare, a intercettare domande, problemi, paure, speranze e aspirazioni. Si tratta di un nuovo spazio per l’azione pastorale, allo stesso livello della catechesi in preparazione ai sacramenti, dell’incontro in parrocchia, della visita agli ammalati nelle loro case o in quelle di cura, della visita alle famiglie specialmente per la benedizione pasquale, della celebrazione delle nozze ecc. Si tratta, in definitiva, di cogliere dei “luoghi d’incontro”. Diversamente potrà succederci di parlare senza che il popolo di Dio ci capisca, perché ci avverte lontani, fuori dalle loro case, dalla loro vita vissuta. L’impegno per una pastorale digitale è conseguente. Al riguardo aggiungerei che la pastorale digitale non è da intendere come un territorio per specialisti, ma per tutti coloro che si occupano di evangelizzazione. Le nostre omelie, ad esempio, devono necessariamente avere presente il mutato contesto comunicativo. In questa prospettiva, diventa chiaro pure il ruolo fondamentale della Segreteria per la Comunicazione affinché la Verità di sempre, il messaggio evangelico (Gesù che è lo stesso ieri, oggi e sempre) sia annunciato all’uomo d’oggi, che ha una sua modalità culturale, un linguaggio che gli sono propri; dei criteri di comprensione, una maniera di pensare, di esprimersi molto diversi rispetto al passato anche recente. La pastorale digitale non può trascurare questi aspetti di novità che ci domandano di ripensare il modo di proporre l’omelia, la confessione, la catechesi, il dialogo con chi è ancora fuori del tempio. Se oggi noi parliamo come se ci rivolgessimo a donne e uomini dei primi secoli dell’era cristiana, o del Medioevo, non ci capirebbe nessuno.

 

 

Firenze 2015 ci ha lasciato in eredità un metodo quello della sinodalità. Un recente lavoro di tesi a cavallo tra l’ingegneria della Conoscenza e la pastorale ha evidenziato l’importanza dell’ascolto delle opinioni religiose della gente nel web che oggi più che strumento è ambiente. Cosa ne pensa?

La sinodalità della Chiesa è dimensione estremamente importante. Nello scorrere dei tempi la Chiesa l’ha vissuta in forme e intensità diversificate. Oggi, però, con papa Francesco e sentita specialmente come eredità del Vaticano II, ha assunto un’importanza che non si può più ignorare. In un importante discorso pronunciato il 17 ottobre 2015 per il 50mo anniversario di istituzione del Sinodo dei Vescovi Francesco ha spiegato che «una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare». È una prospettiva nella quale mi ritrovo in pieno, anche a fronte di chi intende primariamente la sinodalità come luogo di decisioni! Francesco, invece pone in primo piano l’ascolto reciproco! Ora, in ambito ecclesiale e nel linguaggio della tecnologia la rete può essere considerata il corrispettivo della sinodalità. In questo senso, possiamo affermare che gli aspetti teologici, ecclesiologici, da sempre presenti nella Chiesa, trovano nella cultura contemporanea un terreno fertile e fecondo per potersi sviluppare. Risulta altrettanto vero che la cultura contemporanea può trovare nella ricchezza della comunione, nella sinodalità della Chiesa, un luogo dove essere capita e quindi meglio evangelizzata e illuminata dal Signore. La sinodalità, perciò, è una prassi da sviluppare in tutta la sua ricchezza e poliedricità, perché a livello di evangelizzazione, nuova cultura, comunicazione, ecc. essa ci aiuta a capire che la Verità è qualcosa che si cerca e si vive insieme con gli altri. La costruzione della cultura, della vita e del cammino verso Dio è realtà nella quale ciascuno ha la propria responsabilità e tutti siamo invitati a conoscere la parte d’impegno che ci riguarda.

 

È ipotizzabile un osservatorio della Pastorale Digitale nel Lazio?

 

La domanda supera qui il mio ambito personale e impegna la responsabilità dell’intero episcopato locale e di specifiche figure pastorali regionali. Per darle una risposta potrei esprimere l’auspicio che collettivamente l’episcopato laziale voglia esplicitamente impegnarsi anche su questo fronte. Nell’ambito dei media c’è già un importante impegno nella pubblicazione domenicale di Lazio7 col quotidiano Avvenire. Personalmente ritengo che sia necessario iniziare a strutturare un osservatorio per intercettare domande e necessità in questo inedito territorio della pastorale ordinaria. Urgenti, ad esempio, pare la costituzione di spazi formativi per il Clero al fine di fare meglio conoscere il “linguaggio digitale” e questo non perché tutti debbano fare comunicazione digitale, ma perché tutti possano capire meglio l’uomo contemporaneo e perché tutti abbiamo un linguaggio e un discorso che possa meglio raggiungere l’uomo d’oggi, dal confessionale all’omelia.

Intervista a cura di Riccardo Petricca